Multiversi roundbox
Pietre e pantegane (ricordi cattivi sul filo)

Pietre e pantegane (ricordi cattivi sul filo)
di Vita Dilse

È dubbio se gli oppressi abbiano mai lottato per la libertà. Essi lottano per l’orgoglio e il potere
– potere di opprimere gli altri.
Gli oppressi vogliono soprattutto imitare i loro oppressori;
vogliono vendicarsi.
(Eric Hoffer)
(12 agosto 2017) La stanza era illuminata da un neon bianco ghiaccio che virava al verde acido e le facce delle ragazze parevano malate.
“Meno male che non vi vedono”, diceva sempre la signora, ridacchiando insieme all'unico maschio che si aggirava bolso e taciturno tra la stanza e la porta di ingresso.

Le chiamavano ragazze quelle donne attaccate ai telefoni, sedute su sedie di plastica usurata dal tempo, anche se avevano dai venticinque ai sessant'anni.
Dodici ragazze per altrettante postazioni non più grandi di un loculo, suddivise da tramezzi di fortuna realizzati con fogli di cartone, che simulavano una privacy surrettizia, disturbata da voci roche e sospiri di maniera.

In quella stanza, ricavata nel seminterrato di uno stabile d'epoca in zona Colosseo, tra turisti senza pensieri e residenti senza problemi, sopravviveva una hot line carbonara gestita da due fuorilegge.

Una donna di mezza età soprannominata 'la pantegana' ma chiamata 'signora' e il di lei compagno di vita e ventura, più acerbo assai e soprannominato ‘il ragazzo’, con cui divideva anche i rischi, non pochi, di finire in galera.


“Noi se non vi trattiamo coi guanti finiamo così”. E in quella metteva un polso sull'altro, violentemente, i pugni stretti e le labbra di più, e tu le vedevi le manette che scintillavano sulle vene violacee, e lo sentivi chiaro il clic del lucchetto (si dice lucchetto?), liberatorio, catartico, e per un attimo, un attimo solo, ti ritrovavi fuori di lì, libera tu, ammanettata lei. Ma durava meno di un attimo. “Mica come loro! -continuava la pantegana, digrignando i denti e sciogliendo i polsi dalla sua stessa morsa con la stessa violenza con cui li aveva incrociati-. Importano bambine, loro, e sono protetti dai servizi”.



Diceva frasi a casaccio e pensava, pro



babilmente, che una parola come 'servizi' potesse avere un qualche effetto su noi.  E su qualcuna l'aveva.



E sebbene la galera la rischiassero per ben altre ragioni, veniva paventata per distinguersi dai nuovi magnaccia di strada che ormai sono lobby e si sentono intoccabili.



La signora li conosceva molto bene: era evidente che li conosceva e portava i segni di un ruolo dismesso che si ostinava a negare.



Il trattamento coi guanti che invece riservava alle operatrici di chat  consisteva in un caffè al distributore automatico nel cuor della notte, quando i telefoni squillavano più forte. Squillano più forte i telefoni nel cuor della notte, perché di notte i matti si scatenano insieme e quando i matti si scatenano insieme anche lo squillo delle loro chiamate arriva più forte. I matti. Sono impazienti i matti nel cuor della notte e il torpore non serve a  tranquillizzarli.



E allora sì, servivano i guanti.



“Se sareste più produttive, invece che siete peggio di amebe, vi darei pure una striscia, ma per due lire che alzate è pure troppo un caffè”.



No non è per la striscia, non è perché è pure troppo un caffè, non è nemmeno per gli acari con cui conviviamo, non è per il bagno maleodorante, non è  perché è notte e sto parlando con un povero cristo che mentre si tocca mi dice che è figlio del papa e della statua della libertà. No, è perché se non sarei quello che fossi io ti avessi già fatta fuori. 



E' perché non avrei mai pensato di trovarmi a ricevere ordini da una squinzia in carriera. Né avrei mai pensato di trovarmi a ricevere ordini.



“A Ga che ci fai con quel coso in mano? Dai un po' qua ...”.



Questa volta era il ragazzo, improvvisamente animatosi di fronte a un quadernetto che lui chiamava 'coso'. Era il mio diario di bordo redatto non proprio in sanscrito ma nemmeno a figurine, quindi sono certa che non sarebbe stato decifrato.



“Lo sai che non si possono tenere quaderni qui dentro? -incalza subito la pantegana per recuperare terreno (il capo è lei e a lei spetta l'ultima parola)-. A che vi servono poi! … Per parlare al telefono … parlare … diciamo parlare”.



Sarebbe finito dritto nel secchio coperto di tutto e io sono così schizzinosa che non ho  nemmeno provato a recuperarlo. Annotavo le battute più pittoresche, con l'intento di riprenderle in mano, un giorno o l'altro, per farci un docufilm o qualcosa di simile. Un'idea, non un progetto, che mi serviva per sopportare il presente sempre più incattivito, in mezzo a una fauna incazzata di cui non riuscivo a sentirmi parte.



E' che in quella cella, perché di cella si trattava, con due finestrelle protette da grate che davano una sulla tromba delle scale, l'altra su un piccolo chiostro dove affacciavano i bagni di tutto lo stabile, ristagnava la bile di un'umanità abbrutita, che stava diventando sempre più disumana. 



Eppure qualcuna bella lo era, o lo era stata. Ma ora erano solo residui. Residui esanimi di una bellezza andata, mortificata dagli stenti, che nulla può su volti stanchi e privi di grazia. Quelle facce alterate da un trucco spesso, pesante, stonato soprattutto in rapporto all'età, al luogo, alla situazione, erano il segno di una cura malsana, dove il tentativo di rendersi belli si alimentava di brutto e lì rimestava, scongiurando il giudizio di occhi privi di carità, identici ai propri quando guardano gli altri.



Era una povera guerra che si combatteva tra poveri. No: si consumava tra poveri, poiché lì dentro mancavano pure i mezzi di offesa. E allora si consumava quel poco che c'era e che serviva a difendersi. E il sistema era il sabotaggio. Un sabotaggio scientifico e programmatico.  



Si facevano congiure che duravano meno di un giorno, il tempo utile per bucare le ruote della macchina dell'unica collega che la possedeva, o intasare la marmitta del motorino di un'altra.  Poi basta. Zitte. Mute in un'omertà che procedeva da cluster a cluster come un testimone invisibile, giocando il suo identico ruolo tra ex vittime divenute carnefici  e nuove carnefici che non potevano escludere di tornare a essere vittime. Smascherare il testimone non conveniva a nessuna e l'omertà era garantita dalla certezza di essere potenzialmente attaccabili, a seconda degli equilibri e dei giochi di potere, ogni volta diversi e ogni volta un po' più meschini.



Non so dire se un leader ci fosse, una mente un po' più malata e un po' più diabolica.  O più sfortunata, forse. Semplicemente più sfortunata. Ma nel caso ci fosse, non sarebbe stata immune da ritorsioni di sorta.



E poi c'era la stanchezza che quando è tanta ti toglie la voglia di fare un po' di giustizia: dico giustizia che non sia rappresaglia. E allora ti accodi e abbozzi anche tu, incrociando le dita e sperando di cavartela ancora una volta.



E' terribile. E' terribile fingere un po' di gentilezza quando il sospetto è quasi certezza. Quando sei sicura che è lei -perché sicura lo sei, guardala in faccia-, guardala bene quella femmina grassa con la voce sgraziata e la faccia paonazza che ti chiede di offrirle uno spicchio di arancia. Guardala, è lei che ti ha sabotato il motorino che ti serve a rientrare a casa alle quattro di notte. E tu ne hai la certezza mentre le porgi l'arancia- 'prego: ecco tre spicchi- e la guardi negli occhi. Occhi piccoli e isterici che scrutano i tuoi per capire se sotto le palpebre umide di ombretto disfatto sono stati smascherati lo stesso. E sì che lo sono. Sotto l'ombretto che cola e si gruma colorando di verde le zampe di gallina, sono stati smascherati i tuoi occhi. E i miei ti hanno vista accovacciata sul marciapiedi, nascosta tra una macchina e la collega di turno che ti faceva da palo. Quella lì. Quella che tace e cerca le rondini sulla porta del cesso. Ti hanno vista i miei occhi sudata e ansimante per il peso del corpo che le ginocchia sfinite non riescono a reggere. Ti hanno vista mentre infilavi nella marmitta la gomma americana masticata e impastata di sabbia e di umori. Guarda come mastichi, guarda come ansimi. Ti vedo bene anche adesso. Le vedi anche tu le rondini sulla porta del cesso? Io non le vedo le rondini sulla porta del cesso ma vedo te che la guardi la porta del cesso. E ti ho vista anche prima.



Ero rientrata a piedi a notte fonda perché la vecchia Vespa di seconda mano non era partita e io sapevo perché. Quello che mancava era solo la prova, e se manca la prova devi far finta di niente. La certezza non basta per querelare la trucida e ti tocca pure offrirle l'arancia. 



Masticava imperterrita il cibo degli altri, la trucida, e la bocca si spalancava e richiudeva a ritmo serrato, tra il bolo giallognolo in bella vista e un rumore appiccicoso di palato e di lingua.



Un rumore così lo faceva solo il ragazzo quando addentava il trancio di pizza bollente, ogni notte puntuale, all'una e quaranta. Venti minuti spaccati prima di montare di guardia, fino alle sei. Era un rumore che nasce da una 'c' e una 't' che risuonano insieme attorno a una 'a' -una specie di cha cha cha, ma con più 't' nell'impasto, e più saliva- e non disdiceva con quello dei catenacci d'oro che penzolando dai polsi andavano a battere su qualunque superficie capitasse a tiro. C'era tanto oro addosso a quell'uomo e a sentire Rubinia, che di tutte le ragazze era la più longeva di chat, e la più informata, andava e veniva tra il Monte e i polsi ed era oro così pesante che il povero diavolo faceva pietà.



Ce l'ho nelle orecchie il rumore corrotto di oro misto a saliva, a telefoni sempre  incazzati, a squittii e sospiri e sbadigli e odori che entrano ed escono dal solito cesso privo di rondini. 



Lo sento mentre attraverso di notte le strade vuote di gente e automobili, e nel silenzio totale di Roma che dorme è assai più molesto. 



Non serve nemmeno otturarsi le orecchie o infilarsi le cuffie. Non serve sopraffarlo con Bach o gli U2. Spunta fuori lo stesso il rumore, e ti guarda attraverso una canottiera sudata che sale su dai calzoni griffati con la cintura allentata. Che brutto vedertelo in faccia, il rumore, quando cerchi di allontanarne il ricordo. E che odore cattivo si sente nell'aria. Arriva fin qui, sotto gli alberi belli di colle Oppio, in mezzo ai cespugli di alloro in cui provo a nascondermi, illusa di arrestare il cortocircuito dei sensi.



Invece mi ritrovo a ripulirmi da capo a piedi come se fossi emersa dal fango, o appena rialzata da una caduta nell'acqua putrida di una pozzanghera, o scivolata sui rifiuti rigettati a terra da un cassonetto intasato, di quelli che non si chiudono più, con  i sacchi neri ormai semiaperti che fanno da cuscinetto tra la cavità e il coperchio, e un po' alla volta si svuotano per una folata di vento o per pura forza di gravità. Ecco, sono scivolata lì sopra con il muso all'ingiù e ora trattengo il primo di una lunga serie di conati di vomito.   Non so come ma mi passo ripetutamente le mani sul corpo come a scacciare uno sciame di  insetti, pesto i piedi e provo a sputare tutta la melma che ho dentro ma non se ne va. Si è rappresa e indurita sulla bocca dello stomaco e non si muove da lì. Dovrei bere dell'acqua, mi dico, ma il solo pensiero di incamerare qualcosa attraverso la bocca mi fa repulsione. Sento già il gusto mefitico della melma annacquata che sale su per l'esofago e subito vedo la bocca larga di quella trucida grassa che fa enormi bolle con la gomma americana, poi la impasta con le mani e di nuovo la succhia e di nuovo la impasta e di nuovo la succhia finché non la spinge nella marmitta del mio motorino con il dito bagnato.



No io non posso più ritornare lì dentro.



Guardala come si lecca il dito bagnato.



Sta parlando con il solito disperato che ogni notte vuole ascoltare le voci di tutte, a ognuna dicendo di essere l'unica. Sta ansimando con lui e gli fa promesse di baci e di carne e di cosce lunghe color madreperla. Ma come ti permetti, tu, proprio tu, di promettere cosce color madreperla? Tu, pesantemente fiaccata su una sedia di formica con i piedi buttati sul tavolino! Dio che orrore i tuoi alluci grassi che spuntano fuori dalle calze bucate. Lo sai tu che quei pezzetti di adipe a forma di rombo che sporgono dal reticolato delle autoreggenti raccontano di ben altre cosce e ben altra carne?



No! Questo no! Le dita delle mani non si infilano così in tutti i pertugi, pietà. Raccontaglielo, se credi, se serve, ma non farlo, ti prego, non sono pulite. Mica ti vedono questi, puoi anche mentire. 



No, io non torno domani, domani si cambia. E' un altro giorno domani, anche per te.



Me lo stanno dicendo le pietre di Roma. Le senti?



Le senti raccomandarsi in silenzio mentre i colori dell’alba ancora fredda si infilano a poco a poco in mezzo ai lampioni? La sanno lunga le pietre di Roma.



Ne abbiamo vista di gente noi, ne abbiamo fatta di strada, eppure non ci muoviamo di mezzo centimetro. Ma in ogni spigolo c’è una carezza, ogni fessura conserva un ricordo, una voce, un’eco lontana che ogni tanto risuona, a volte rimbomba, altre ancora si ammutolisce e aspetta, rimanendo in ascolto. Tu invece ti sbatti, corri, rincorri, corri più forte, monti al volo sul motorino, insegui l'autobus che non ti ha aspettato, ti catapulti su un altro, intasato, che si è appena fermato, ma sei sempre lì, allo stesso punto, alla stessa stazione. No, non si ferma il tempo così. Sei felice così? Fermati un attimo e aspetta prima di ricominciare la corsa ad ostacoli: non hai nemmeno imparato a saltarli! Ah li vuoi arginare gli ostacoli? Li vuoi dribblare senza fartene accorgere? Eh no non è leale così, così non vale.  



Fidati Gaia, fidati delle pietre di questa città. Ora sei fuori. Non tornare più in quella gabbia dannata. Lì non c’è aria né vento e senza aria né vento le rondini muoiono. Vuoi tornare a vedere morire le rondini?   



Ma no che non voglio, lo sanno bene le pietre di Roma.



Però loro non sanno che se devi essere lì è perché un giorno vorrai raccontarlo.



Ecco, questo, soprattutto, raccontati questo. Dattela tu una spiegazione plausibile che se vuoi darla a bere ha da esser bevibile. Dillo e ripetilo ancora una volta che per raccontare la vita senza bluffare devi essere lì, presente e viva come una nuova stagione. Lì anche tu a rotolarti nel fango insieme alle capre, alle vacche invecchiate, alle pantegane che sbraitano in una lingua inventata, che non riconosci.



Raccontati pure che se una madonna ti scappa deve essere vera e che il punto di vista non può essere esterno. Bisogna esserci lì, con o senza quaderno, e allenarsi semmai a mandare a memoria. A fotografare le facce, discernere uno a uno i colpi di tosse che non sono uguali i colpi di tosse, e i respiri, l'odore cattivo che hanno i respiri, e le dita, il posto in cui ognuna infila le dita: manda a memoria!



Ma per mandare a memoria devi essere lì. Devi esserci e a un tempo non esserci. Ecco, raccontati anche che devi non esserci, ché è più facile esserci se ti persuadi che un po' non ci sei. Sei altrove, tu, mica lì dentro. Raccontatela dai, non è una frottola questa. Per mettere bene a fuoco i dettagli devi arretrare, anche di poco ma devi arretrare, e quando arretri non sei più lì, ma un po' più indietro, e quindi altrove.



Allora non serve nemmeno il quaderno. Finiscono nel secchio i quaderni lì dentro. Li chiamano 'cosi' i quaderni lì dentro.



Temevano, la pantegana e il suo giovane titillatore, che i 'cosi' servissero a registrare nomi e telefoni dei singoli utenti, ovvero dei poveri cristi che fruttavano soldi con le chiamate notturne e che per loro erano portafoglio clienti, mentre per le ragazze più gettonate, una pur misera forza contrattuale che garantiva la sopravvivenza. E la garantiva soprattutto nel caso fossero migrate in un'altra struttura, barattata in cambio di due spiccioli in più.



Ma si rassereni, signora pantegana, davvero pensa che voglia rubarle i clienti? Il lavoro? Il suo lavoro? Ha paura che voglia fare carriera? Ma non sono in grado di fare carriera. Ci va talento, sa, per fare carriera. Io sono una povera inetta che parla alle pietre e spera pure che loro rispondano. A volte rispondono, lo sa, lei, che a volte rispondono le pietre di Roma? Ha mai parlato, lei, con le pietre di Roma? Provi una volta a uscire di qua e a farsi un giretto tra le pietre di Roma. Magari qualcosa glielo raccontano. Teme che facciano troppe domande? Ah, non sa che rispondere, non sa che dire? Allora facciamo così, glielo dico io di non fare domande. Lei dovrà solo ascoltare, o provare a sentire. Provi a sentire quello dicono. Le ascolti mentre chiacchierano beatamente tra loro e faccia finta di niente. Guardi le rondini con occhi svogliati, così le pietre non la importunano, non le fanno domande, non le chiedono il nome e la professione, non si accorgono nemmeno che lei è con loro. Però lei le ascolti. Almeno una volta. Una volta le ascolti.  Vale la pena, si  fidi.



Sono libere loro, e volano alte le loro parole. Provi a fidarsi. Magari per un attimo, un attimo solo, può volare anche lei. 



Non sono serena quando penso alla pantegana, mai. Nemmeno se le pietre mi dicono ‘lascia stare’.  Invece io no, io cammino veloce prendendo a calci la loro progenie bastarda. I ciotoli che si formano dall’asfalto divelto e restano lì, finché non passa l’Ama a far piazza pulita. Penso alle pantegane che avranno sostato su queste strade asfaltate e a quelle che ancora passeranno di qua e immagino di colpirle e maltrattarle. Spostati - dico - che devo passare levati dal marciapiedi fatti più in là.



Scalcio un sasso con più rabbia e più forza e lo guardo rimbalzare due volte prima di sbattere rumorosamente contro il palo del cartello degli autobus. Subito dopo mi parte da solo un altro calcio nel vuoto, ma con una tale violenza che tutti i muscoli ne accusano il colpo, compresa la lingua, sanguinante tra i denti, e il piede destro ormai scalzo e privo della sabot volata lontano tre metri. E’ qui che mi sembra di sentire una voce che canta ma è così flebile che deve essere un’allucinazione. ‘Se di amarla ti vien la voglia basta prenderla per la mano’. Ma chi vuoi che sia, chi vuoi che canti De André a quest’ora della notte, sotto un lampione così sporco che la luce non ce la fa a filtrare attraverso il vetro.



Mi ero chinata zoppicante a raccogliere la sabot e prima di infilarla la vedo la guardo e vedo che mi guarda. E’ sola, seduta sul muretto, appoggiata alla siepe che le fa da schienale. Sta masticando la gomma americana. La trucida grassa. No non può essere lei che cantava.



“Ah Ga con chi ce l’hai? Fa un po' vedere sti piedi? - usa il plurale mentre osserva il tallone del piede nudo poggiato a terra-. Son gagliardi, piccolini, beata te. Sembrano i piedi di una giapponese, o  di una fata! Perché non metti lo smalto e le infradito? Sei carina”.



Accenno un grazie e scappo, senza voltarmi, alla fermata successiva. Vorrei correre ma non riesco. Il mio corpo fatica e anche io annaspo, dietro di lui. Il cielo è diventato nero e l’aria pesante. Il vento soffia forte in direzione contraria alla mia. Se mi voltassi sarebbe di aiuto. Buon vento, buona fortuna. Se mi voltassi. Invece non riesco nemmeno a stare in equilibrio. Invece.  



‘Com’è che non riesci più a volare’.


 © Multiversi Project 
Di link in link verso l'approfondimento
Contattaci
Ai sensi della Legge 7 marzo 2001, n.62, si dichiara che Multiversi.info
non rientra nella categoria di "informazione periodica" in quanto
viene aggiornato a intervalli non regolari.