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Viola Graziosi in Off-elia Suite, un'operina di Arturo Annecchino

Viola Graziosi in Off-elia Suite, un'operina di Arturo Annecchino
di Alessandra Bernocco

Combattete, principe di Danimarca. Cambiate l’evidenza delle cose, ribellatevi al destino, a Dio, alla parola scritta.
Luca Cedrola
(10 novembre 2019) Giornata uggiosa, mattina inoltrata di fine settembre, castello di Elsinore. Dai vetri della finestra di una piccola stanza con due grandi camini, o forse uno solo, si vede il verde scuro della collina e sulla collina un borgo arroccato. Fuori piove a dirotto senza fare rumore e nella stanza fa il suo ingresso una creatura fantastica che sembra uscita da un film di Tim Burton.
Cappello bucolico a cloche tempestato di petali e capelli biondi lunghissimi, lunghissimo velo a rischio calpestio causa scarponcini da quasi montagna, volto truccato come una tavolozza e sguardo sospeso, che chiede permesso.





E’ tutto vero, tranne Elsinore. Siamo a Bomarzo, in una stanza di Palazzo Orsini, un quasi castello che ospita parte degli spettacoli di Quartieri dell’arte, il festival internazionale di teatro fondato e diretto da Gian Maria Cervo, alla sua XXIII edizione.



E dietro la maschera, combinata così, c’è Viola Graziosi: un’attrice serissima.



Lei e un leggio, sostanzialmente ferma eppure fluttuante, tra inconfessati segreti, emozioni riposte e immagini nitide nella mente di Ofelia, a cui dà voce attraverso le parole di Luca Cedrola che dialogano intime e rispettose con le musiche di Arturo Annecchino (al pianoforte, suonate dal vivo, o registrate, secondo le due possibili versioni in cui il lavoro è stato pensato) creando una musica terza, vera e propria partitura diretta da Graziano Piazza, che di Ofelia vuole esplorare quel che ancora non ci è stato detto, quel che succede o potrebbe succedere fuori di scena, prima e dopo, tra un atto e l’altro: pensato, immaginato, sognato oppure trattenuto tra sé e sé.  Perché “solo quello che immaginiamo esiste ed è immortale: le cose che tocchiamo, possediamo, gli oggetti, le persone, il tempo, sono un’illusione”.  



Di qui il titolo, Off-elia Suite, ovvero una suite che nasce dall’osservazione di Ofelia al di fuori delle coordinate entro cui è normalmente situata. Ascoltando, e persino origliando le parole che la legano alle altre figure, non solo shakespeariane, ma della sua vita, prima tra tutte la madre.



Le parlano, forse, o è lei che le sente parlare. A volte risponde, altre volte dà vita a un dialogo ellittico, anche in francese, a volte no e loro se ne vanno lasciando un’eco nell’aria e a lei un ricordo che afferra con un filo di voce  prima di liberarsi in vorticose parole e suoni e bisbigli. O in soliloqui pieni di fascino e un po’ di mistero che non ci è dato sondare.



Anche in lamenti, quando le “voci rimbombano” e “stordiscono i nervi fino a spezzarsi”. Lasciandola sola a cercare conforto in una preghiera. Una Ave Maria restituita in latino, cantata, recitata, buttata via con la fretta di chi non ha tempo per aspettare la grazia.



Intanto la tragedia sopravvive di lato, a squarci, e la realtà si fa strada o almeno ci prova ma con l’immaginazione autopoietica non può che perdere e restare a guardare, impotente, anche attraverso di noi che cerchiamo invano di orientarci dentro la mappa dell’opera che già conosciamo.



Invece conviene arrendersi al flusso dei suoni e delle parole, che è inarrestabile come il flusso dell’acqua, e come l'acqua a volte tracima, esuberante di ebbrezza d’amore o saturo di sofferenza e dolore. Eppure l’acqua è la stessa, l’acqua contamina e purifica, mescola e confonde un attimo prima di portarseli via. Amore e dolore, insieme, per sempre, perché, dirà Ofelia, “una sola cosa ho amato veramente: il dolore troppo limpido dell’amore diviso”.



Ofelia, “solitaria come l’ultimo occhio di un uomo in cammino verso la terra dei ciechi” attende di diventare pazza, “una pazza molto cattiva”.



Cattiva, sì, per necessità, cattiva per nemesi, e come tale dovrà fingersi pazza per cercare di esistere. “Se non uccidi, muori”.



E’ la madre a suggerirglielo o forse no: è proprio Ofelia che rimprovera la madre di non averla istruita. Contro i soprusi dell’amore “l’unica vera legge è la forza”.



E’ un momento, questo, in cui i versi liberi e poetici dell’autore mostrano una ragion d’essere tale da insinuarsi nella mente labirintica di questa creatura con un rigore che sa di pericolo. Il ramo si spezza. Il ramo solido e forte che doveva sorreggerla, il ramo che l’aveva sedotta, il ramo che le prometteva di vedere i pianeti e le stelle, il ramo ‘invidioso’.



Ma Ofelia è più lucida dei versi che la tengono in vita, e più leggera. Ofelia galleggia nel letto del fiume dove il suo sangue si confonde con l’acqua. E dall’acqua che scorre ‘morbida’ e l’accarezza, si leva l’ultimo monito al suo amore. Combattete, mio principe,  essere o non essere non è indifferente.



Con questo lavoro, che rappresenta il secondo momento di una trilogia di monologhi incominciata con Aiace di Ritsos e completata con Il racconto dell’ancella dal romanzo di Margaret Atwood, tutti e tre diretti da Graziano Piazza, Viola Graziosi torna al suo primo incontro con la figura di Ofelia, interpretata vent’anni fa accanto a Valerio Binasco per la regia di Carlo Cecchi.



E vi ritorna con sopraggiunta maturità e incontaminata freschezza.



C’è sempre, in questa attrice caparbia e docile, che studia come una matta e non si accontenta, un tangibile impegno- e vera e propria attitudine- a stilizzare la complessità interiore per renderla accogliente, per permetterti di accedere al buio senza annaspare, e le elucubrazioni della mente di Ofelia, che possono apparire anche sconnesse, si offrono   a lei per sciogliere i grumi e lasciare fluire la bellezza di un gesto, un verso, una consonante molto timbrata, un’emozione.



Perché di emozioni ne scorrono tante, in questo lavoro tecnicamente blindato, che non lascia e non potrebbe lasciare al caso nemmeno un respiro.



C’è una costante interlocuzione con la natura e i suoi suoni e rumori vicini e lontani, con gli oggetti di scena come il velo, la ghirlanda, la collana di perle, il carillon, il giunco che spezza mentre fuori è tempesta. Ci sono frammenti di gesti pieni di senso che arrivano precisi su una nota accentata e poi virano di colpo verso un altro registro. Come in una piccola opera per attore solo, che solo non è e lo sa molto bene.



Offelia Suite andrà in scena e in onda lunedì 11 novembre 2019 per Tutto esaurito! Il teatro di Radio Tre, a cura di Antonio Audino e Laura Palmieri.



Altre date: 19 febbraio 2020 in versione in francese a Parigi;



21, 22, 23 febbraio, Roma, Teatro di Villa Torlonia;



28 e 29 marzo, Napoli, Teatro Sannazzaro



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10 novembre 2019
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