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Il lato nascosto della Luna

Il lato nascosto della Luna
di Lucia Orlando

Guardavo, alla luce della luna,
quella fronte pallida,
quegli occhi chiusi,
quelle ciocche di capelli
che tremavano al vento, e mi dicevo
– Questo che io vedo non è che la scorza.
L’essenziale è tenuto nascosto.

Antoine de Saint Exupéry
(19 luglio 2019) C’è un altro lato nascosto della Luna, oltre quello che dalla Terra non vediamo mai, ed è quel manipolo di donne, sconosciute ai più, che rese possibile l’impresa dell’Apollo 11.


Quando Neil Armstrong e Buzz Aldrin mossero i primi passi umani su un corpo celeste diverso dal pianeta azzurro, mentre Michael Collins li attendeva in orbita per riportarli a casa, la narrazione corrente ne fece un affare di maschi bianchi. Nell’immaginario collettivo le donne dell’Apollo 11 erano le mogli degli astronauti, perfette interpreti nel ruolo di sostegno fidato degli eroici mariti.



Niente di più sbagliato. Alla Nasa nel programma Apollo c’erano donne, bianche e afroamericane. E non parliamo di ruoli amministrativi o marginali, ma di ingegneri del software, scienziate esperte di materiali, controllori di volo.



Chi sono Katherine Johnson, Margaret Hamilton, JoAnn Morgan? Il cinquantesimo anniversario del primo allunaggio ha reso definitivamente giustizia a queste protagoniste neglette della storia.



Nel 2016 il film Hidden Figures (in Italia, Il diritto di contare), tratto dall’omonimo libro di Margot Lee Shetterly, getta un’improvvisa luce sulla presenza di female computers afroamericane, nei programmi spaziali di volo umano della Nasa degli anni Sessanta, raccontando la storia di tre di loro, Katherine Johnson, Dorothy Vaughan e Mary Jackson.



In quella fase di transizione, la computer science sta muovendo i primi passi: angoli di lancio, traiettorie di volo, punti di rientro delle navicelle in atmosfera sono calcoli complessi, fatti anche a mano da “computers umani”. Un lavoro lungo, per certi versi ripetitivo. Non basta una grande competenza matematica, ci vogliono pazienza, precisione e perseveranza, cioè doti tipiche dello stereotipo femminile. Il compito è attribuito alle female computers della Nasa, e quelle afroamericane sostengono il doppio carico della discriminazione razziale: tavoli separati in caffetteria e bagni femminili conquistati faticosamente. 



Con il suo lavoro Katherine Johnson si guadagna la stima di John Glenn, primo americano in volo orbitale intorno alla Terra nel 1962: è proprio l’astronauta a chiedere che “la ragazza” ricontrolli i calcoli effettuati dal computer sulla traiettoria della sua capsula, la Friendship 7. Ma il culmine della carriera di Johnson è proprio in occasione del lancio dell’Apollo 11: è lei l’autrice principale del calcolo per il rendez vous in orbita lunare del modulo orbitante, su cui sta Collins, e del Lem, su cui si stringono Aldrin e Armstrong, per il rientro a terra.



Contraltare dei computer umani, sono i primi ingegneri del software. Una di loro è Margaret Hamilton. C’è una sua foto alla Nasa, scattata accanto a una pila di carta più alta di lei: sono i fogli su cui è stampato il codice delle missioni Apollo. Quando Hamilton approda al programma Apollo, nel 1964, non ci sono altre donne che si occupano di software. Lei e il gruppo di un centinaio di persone che dirige al Massachusetts Institute of Technology scrivono il software di bordo della capsula madre dell’Apollo 11 e del modulo lunare.



Ma il gruppo di Hamilton deve prevedere anche come affrontare imprevisti durante le missioni. Preparando i precedenti voli Apollo, Hamilton qualche volta ha portato con sé la piccola figlia che, ovviamente, gioca a fare l’astronauta mentre la mamma lavora. La bambina, toccando inavvertitamente certi tasti, ha avviato sequenze di software nel momento sbagliato. Non potrebbe accadere anche agli astronauti compromettendo la missione? Si chiede Hamilton. Un pensiero divergente, in un ambiente maschile, che viene accantonato finché non succede davvero che un astronauta dell’Apollo 8 incappi nell’incidente della figlioletta di Margaret.



Resistenze che tutte le donne della Nasa si trovano di fronte, in un modo o nell’altro. JoAnn Morgan è l’unica presenza femminile nella sala controllo del Kennedy Space Center, il 20 luglio 1969. Ha un ruolo tutt’altro che marginale: deve evitare quello che è già successo nei voli dell’Apollo 8, 9 e 10, e cioè che i sottomarini sovietici tentino di interferire nelle comunicazioni tra sala controllo e capsula in volo, in un perfetto gesto da Guerra fredda.



Ma Morgan ha appena vinto la sua personale Guerra fredda contro bigottismi e pregiudizi: sembra che l’opposizione maggiore alla sua presenza nella sala controllo in quel giorno storico fosse attribuibile al fatto che il personale veniva chiuso dentro la sala trenta minuti prima del lancio. Una donna bloccata in una sala con decine e decine di uomini. Nessuno considerava, come fa notare oggi Morgan, che quell’ambiente era sotto l’occhio di telecamere, le cui immagini erano proiettate sulle TV di tutto il mondo. Chissà se JoAnn si sarà sentita lusingata dal sigaro offertole dopo la riuscita del lancio dal supervisore che l’aveva invano osteggiata.  



E poi c’è Margareth “Hap” Brennecke, ingegnere esperta di materiali e leghe,  al Marshall Space Flight Center della Nasa. Prima donna nel laboratorio di metallurgia, temprata nell’economia di guerra, quando nelle fabbriche sguarnite di uomini, le donne sostituivano i maschi al fronte. Contributi essenziali, i suoi, nella scelta dei metalli leggeri e resistentissimi per il mastodontico razzo Saturn V, capace di portare in volo gli Apollo.



La lista potrebbe allungarsi e ogni storia avrebbe qualcosa da aggiungere. Tutte le donne della Luna, comunque, sono accomunate da una fortissima spinta a fare quello che nessuno ha mai fatto prima. E hanno lasciato il segno. Oggi che si parla di un ritorno alla Luna c’è molto di femminile, a cominciare dal nome del programma americano: Artemide, gemella di Apollo.



Il marketing non si lascia scappare l’occasione e, mentre Hamilton ha il suo pupazzetto Lego da un paio d’anni, la Mattel lancia sul mercato per il cinquantenario dell’allunaggio una Barbie con le fattezze della nostra Samantha Cristoforetti.



Ma non è solo una questione di facciata. La compagnia privata di Elon Musk, Space X, che parteciperà sicuramente al programma di ritorno sulla Luna rilanciato da Trump, ha selezionato due astronaute per i prossimi voli. E le agenzie astronautiche internazionali assicurano che stavolta vedremo la prima donna sulla Luna.


19 luglio 2019
Articolo di
nostoi
Rubrica:
ProfondoSpazio


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