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Joker o della rinascita

Joker o della rinascita
di Eloisa Sicilia

Non ci vuole niente, sa, signora mia, non s’allarmi. Niente ci vuole a far la pazza, creda a me. Gliel’insegno io come si fa. Basta che lei si metta a gridare in faccia a tutti la verità. Nessuno ci crede, e tutti la prendono per pazza
Luigi Pirandello
(04 ottobre 2019) Premessa: Joker è un film crudo.
Un film sulla psiche di un uomo che lentamente, inesorabilmente, si perde. È un film di denuncia e per questo scomodo. Fa male vedere la realtà. E fa male vederlo, questo uomo distrutto che si distrugge. O vedersi. O vedere delle parti che sono le nostre. Meglio nascondere il mondo in cui viviamo, edulcorarlo. Questo film invece è un pugno diretto, senza sconti, come non se ne vedevano da tempo. E che si aspettava, forse senza saperlo, forse inconsapevolmente.


Un crescendo fino al finale di una bellezza visiva senza pari, che in pochi altri film ho visto. Esplode nella sua perfezione: per musiche, musica sinfonica, di violoncello che penetra dentro e ti segue fino alla fine, fotografia, montaggio, prova magistrale, immensa, di Phoenix la sua apoteosi, e i riferimenti. Perché il regista non copia Scorsese ma lo omaggia. Come omaggia Chaplin e altri film degli anni 70. Nella costruzione delle scene, nel raccontare di questa città livida, furente, rabbiosa, sporca, e questo personaggio che ne resta vittima. Fino alla fine.



Ho provato una pietà infinita per lui. Questa perdita di empatia, questo lasciare indietro chi soffre è il monito; la verità sbattuta in faccia è che la nostra società ha perso tutto, per interessi che hanno rovinato le persone e la loro umanità. La denuncia emerge, ed è forte. Come siamo potuti arrivare a tanto? E il percorso che trasuda sangue e dolore, la sofferenza e la disperazione di Arthur, è la storia che ci spetta.



Joker è Arthur, Arthur è Joker. Si guarda allo specchio, ride e piange. La sua risata sono le sue lacrime. Si nutre delle sue lacrime. Fin dai titoli di testa( in stile da film anni 30/40) Arthur/ Joker, da quella lacrima che silenziosa gli scioglie il trucco, presenta la sua vita. E noi, costretti a guardarla con i suoi occhi.



Il film è un lungo cammino con Arthur, una discesa nella sua psiche, è il suo incedere  ingobbito, è la sua schiena piegata, il suo corpo disarticolato, scheletrico alla Schiele, è un procedere che è una via crucis. Una via crucis senza redenzione. Arthur vive nutrendosi di sogni che non hanno aderenza con la realtà. Tutto potrebbe essere, nella sua mente, un bellissimo sogno. Una speranza, quel sorriso. Joker si affaccia in quella sua voglia di trovare la commedia, la risata, la leggerezza, la burla nel mondo, perché non c’è spazio per Arthur. Una società respingente dove per essere qualcuno devi importi, emergere ( in tv, in politica) e i deboli, i malati, gli ultimi tra gli ultimi sono i dimenticati che non hanno storia. Arthur è pazzo? Forse, negli occhi degli altri. Lui ride, una patologia, e queste sue risate, incontrollate, sono come un ululato e ti sferzano in pieno viso.  Guardatemi, sto male, rido ma non sono che un malato, non sono nessuno.  Sono grida acute, le sue risate, che si fanno dolenti, soffocate, represse. Arthur che a più riprese allarga le braccia.  Esisto - sembra dire - ma è una vittima sacrificale in croce, vittima di una società che per alimentarsi esige il suo tributo ( e il riferimento è a Chaplin e al suo Tempi moderni, una maschera comica dove emerge la tragedia di una vita schiacciata dal potere, a servizio dei poteri).  Si raggomitola, Arthur, perso, disperso, spezzato. Il bambino che vorrebbe essere e non è mai stato e non sarà più. Agli occhi della società è un pazzo. Sta male ma non c’è cura. Con chi parlo- chiede alla psicologa quando gli annuncia che a causa dei tagli alla sanità di dovranno interrompere i loro incontri. Chi mi darà le medicine? Un sistema che crede di curare chi sta male con i farmaci. Non c’è un abbraccio. L’unico, finto, è quello di De Niro. A lui Arthur crede. Respinto, ingannato e sbeffeggiato. Deriso, a più riprese. Con chi parlo? E allora ride, la sua malattia, il suo disagio, il suo imbarazzo, il suo non essere, non starci, e le sue risate sono le richieste di un affetto che nessuno, nessuno, può restituire. Un sogno infantile come infantile, ingenuo è anche il suo porsi a Robert de Niro. Richieste pure, candide, ma con uno sguardo di fierezza, una luce negli occhi che ribolle, non tutto è spento, non tutto è domato, sconfitto, umiliato. E  questa ultima fiamma sarà l’ ultima luce.



Arthur cede alla follia. eppure il discorso finale su una società in rovina è di una lucidità disarmante. Voi piangete per i tre che ho ucciso, ma se fossi morto io mi avreste calpestato. Chi si sarebbe preoccupato di me? La mia vita, scrive, avrebbe più senso con la mia morte. E Arthur muore, deve morire per lasciare posto a Joker. Joker è la sua ascesa. La sua liberazione. E balla, libero, finalmente, libero, dipinto il volto, indossati gli abiti. Ma gli occhi sono arrossati,  Joker ride e piange, si disegna le labbra con il suo sangue ma nello sguardo c’è la consapevolezza nella follia. La sua vita è finita. Non ho nulla da perdere, dice. Non ha più nulla. Può dire allora esisto, nel quadro finale, nella sua deposizione, come una pietà, una resurrezione.  Un quadro di una intensità epica e fiera; lui, deposto, svenuto su una macchina, è risorto. Esisto, allarga le braccia, richiamato, acclamato.  Esisto, e si dipinge il sorriso. Ma gli occhi sono arrossati. Sa che non c’è più ritorno, sa che deve perdersi per non essere uno sconfitto dalla storia. Ride e piange. Tutto finito. Ora è veramente tutto finito. Joker è un eroe moderno, in un’opera che è una tragedia moderna perché è la tragedia di una vita. La tragedia che ci appartiene.





Ma  Joker è anche un film di straordinaria complessità, tale che ogni scena, ogni aspetto tecnico, andrebbe analizzato al dettaglio, restituendoci interpretazioni e significati plurimi. In Joker coesistono tante visioni, tante porte che si aprono e ci lasciano entrare, intravedere, capire. O credere di aver capito.  Arthur /Joker vive una realtà tragica. Ma è la sua realtà che noi vediamo, che ci si apre davanti. Qual è il confine tra reale e immaginario. 



1 scena.  Il primo omicidio.



Arthur corre, attraversa il ponte, le luci della città si stagliano in lontananza. Irraggiungibili. Corre e pare sospeso, la borsa da lavoro che lo segue, quasi danzando. Si chiude in un bagno pubblico. Ed eccolo, inaspettatamente, abbandonarsi. I gesti e le movenze da cui lui si lascia trascinare, assecondandole, sono l'inizio della sua metamorfosi.  Perché Joker si fa spazio tra le risate stridule, disperate con cui Arthur comunica il suo malessere, il suo disagio. Ma anche nei suoi passi. Fammi uscire. Liberati. Arthur danza allora, sulle note di una sinfonia che solo lui pare sentire, i piedi che si intrecciano, sinuosi, le braccia come ali spiegate, mirandosi allo specchio: regale, elegante, vivo. 



2 scena. Sulla scalinata.



La danza sfrenata, dionisiaca sulla scalinata è il manifesto simbolico del film, scena culmine, pezzo geniale e folle di puro cinema con la musica che esplode nelle orecchie e nella testa, e lui sulle note di Rock and roll part. 2  - Gary Glitter, che ci incanta, entra negli occhi e nell'immaginario, e si depone per restarci per sempre. Joker si libera nell'aria, indifferente ormai a tutto. Una forza centrifuga, anarchica, eversiva lo risucchia, senza gravità, senza più vergogna, né dolore, né sofferenza.



3 scena. Lo show di Murray.



Il ghigno dolente che offre a De Niro nel suo show fasullo, il soffio furente che gli rivolge, come l'ira che serpeggia nei suoi occhi. Joker che voleva uccidersi, Joker che la sua vita non vale più niente, scoppia a ridere sentendo alla TV dei disordini scoppiati anche a causa sua.  Ma la risata è spezzata, rotta da un pianto sussurrato, il trucco che gli cola  e stampa la lacrima in viso. La mia vita avrebbe più senso con la mia morte- rilegge sul diario. Si blocca. Cambia espressione. Ma no, non può uccidersi. Niente può più ferirmi-dice  rivolgendosi a De Niro e nello sguardo di odio sputa in faccia la verità, quella verità che vogliamo annullare, credendo di essere tutti assolti. Ma siamo responsabili, tutti. "Tu sei orribile Murray". Voi, questa società. I veri colpevoli, i veri assassini.



4 scena. The end.



Il finale, questo finale immerso in un bianco asettico, ovattato, come in un sogno. Le macchie di sangue Joker se le porta dietro, camminando a piedi nudi chiuso di nuovo in un manicomio. That's life.



Cosa è vero, cosa non lo è. È un sogno di Arthur, un sogno di Joker? Mezze verità, illusioni, deliri. E se tutto fosse soltanto accaduto nella sua testa? Il regista scompiglia ancora una volta le carte in tavola. Qual è la verità.  Tante, non c’è una verità unica, confortante. E quando nel finale credevamo di averla capita si fa strada il dubbio, una crepa, come le crepe della mente contorta di Arthur/ Joker. A farci capire che non avevamo capito.


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