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Germania Anni '20.  Uno spettacolo di Giancarlo Sepe

Germania Anni '20. Uno spettacolo di Giancarlo Sepe
di Alessandra Bernocco

Ve lo ripeto, o Signori Infelici Molti, non c’è verso:
con i Felici Pochi non ce la potrete mai spuntare.
Quelli conoscono il volo da prima assai dell’aviazione conoscono
la medicina che guarisce tutti i mali da prima assai
della penicillina quelli sanno la resurrezione dai morti!
Non illudetevi di poterli eliminare.
Magari vi credete d’averli mangiati quando invece sul più bello del vostro banchetto
rieccoli che tornano a zompare
sui vostri piatti.

Elsa Morante
(19 dicembre 2019) Dopo aver visto Germania Anni ’20 di Giancarlo Sepe con i suoi dieci meravigliosi attori, sono uscita dalla Comunità con una serie di pensieri che si affastellavano nella testa.
C’è una sproporzione, uno stridore violento, tra la fatica che questo spazio dove ha avuto inizio la più pura ricerca degli anni settanta, continua a fare per sopravvivere, e tutto quello che ruota intorno ai grandi circuiti, ai teatri nazionali, ai Tric (rilevante interesse culturale), che pur si lamentano e hanno ragione. La situazione in cui versa il Teatro La Comunità l’abbiamo raccontata un po’ di tempo fa su queste pagine e immagino che non sia sostanzialmente cambiata. E se non è questo il momento per tornare sulla questione, lo è invece per ribadire che la strenua resistenza del suo fondatore continua a dare ottimi frutti, e a fare felici i pochi fortunati che hanno il privilegio di frequentare l’unica vera cantina rimasta in questa capitale allo sfascio.
E così, insieme alla rabbia, ho provato un fremito di piacere. Poi, camminando a passo veloce per smaltire la prima e cavalcare il secondo, mi sono ricordata di quella poesia sui felici pochi e gli infelici molti.


E mi sono ancor più sentita felice. Felice di poter godere di una bellezza assoluta, quella bellezza che almeno per un momento ci solleva dal baratro - e grazie a questa scampare l’impostura che troppo spesso viene propinata ai poveri molti, infelici senza nemmeno saperlo.  



Perché a volte anche qui c’è una sproporzione e uno stridore violento. Tra la cura e la precisione con cui si incide un cameo  e l’approssimazione ammiccante con cui si prova a far tutti contenti, tanti tanti bei video, un po’ di attori simpatici e che volete di più.



Invece si può anche desiderare di meno, quando less is more.



Quando con niente puoi far succedere tutto. E se te ne accorgi, sei automaticamente consapevole di un privilegio.  E per un attimo sei davvero felice. Grato di poter frequentare quello spazio magico tutte le volte che succede qualcosa di nuovo,  di poter salire sulla giostra ogni volta che ricomincia a girare, di poter giocare come un bambino con quel giocattolo strano, pieno di seduzione e mistero, senza disporne ma facendone parte.



Perché è un po’ questo quel che il regista ti chiede. Entrare dentro, lasciarti portare e provare a giocare.



L’ho sempre pensato e a ogni giro con più convinzione. Ma questa volta ancora di più.



Questa volta ero seduta in prima fila e il gioco tutto ce l’avevo davanti, bastava un salto ed eccomi lì.  



Dalla prima fila è più facile afferrare le sagome che ti vengono incontro e ti viene ancora più voglia di toccarle, palparle, verificare la consistenza di corpi, tessuti, voci e respiri.  Allora ci provi ma come allunghi la mano loro spariscono, diventano altro, trasformate, modificate, nascoste in un anfratto di scena, ancora più nero, in una frazione di secondo. Anche le sagome sfuggono, ma un attimo dopo averti sedotto.



C’è in questo lavoro, e in generale in tutti i lavori di Sepe, una fluidità delle scene che sembrano plasmarsi attraverso materia ‘liquida’, che generano e rigenerano immagini nuove con sorprendente rapidità e precisione.  



Un esempio tra gli altri, prima di andare per gradi. C’è un momento in cui tutti ballano il charleston, insieme, fronte al pubblico, poi basta uno sparo, il tempo di uno sparo, non un nanosecondo di più, quello che anche a te fa chiudere gli occhi o fare uno scatto, ma sono davvero frazioni di secondo, e li trovi tutti, ma proprio tutti, con l’elmo in testa, sempre lì, dove li avevamo lasciati quella frazione di secondo prima. Quando lo hanno indossato. Dove lo hanno preso. Non ci sono effetti speciali, non siamo al cinema, non sono nemmeno Arturo Brachetti.



Ti domandi quanto tempo avranno provato una scena così, e tutte le altre.



Ma dicevo, appunto, andiamo per gradi.



Germania Anni ’20  conclude la tetralogia sulla storia tedesca, iniziata con  Herman e proseguita con  Accademia Ackermann e Werther a Broadway, andato in scena due anni fa con grande successo.



Al centro la Germania della repubblica di Weimer, sospesa tra utopie di rinascita e nazismo alle porte. E anche qui, i pochi e i molti. Da una parte la vitalità rapsodica di una cultura che prova a riemergere, non ancora organizzata e capace di far presa su un paese uscito sconfitto dalla grande guerra, in piena crisi economica; dall’altra i germi che covano nella miseria,  droghe facili e prostituzione: un popolo privo di un orizzonte prossimo di salvezza, pronto a vedere il nemico dovunque e dovunque a individuare un capro espiatorio, e d’altra parte disposto a riconoscere il salvatore nel primo farabutto prometta miracoli in cambio di pieni poteri.



In questo frammezzo si muove ininterrottamente questo spettacolo, tirando i fili da una parte e dall’altra, senza rigidità cronologiche né sventolando bandiere ideologiche. Meno che mai sottolineando un’attualità che già sa di stantio, fin troppo scontata. E non certo perché non si voglia prendere parte ma perché qualunque presa di posizione è qui demandata alla poesia delle immagini e alla polifonia pervasiva di musiche, suoni, rumori, voci che incidono frammenti di frasi soprattutto in tedesco. Kurt Weil, Hanns Eisler sono molto più di un tappeto sonoro, interrotti da colpi di spari, grida strozzate che restano in gola, imprecazioni che si fanno lamenti, pianti rabbiosi di soldati sconfitti. Intanto il buio inghiotte l’ultimo raggio di luna, o forse è proprio la luna che si è fatta da parte. Ormai la sua funzione l’ha assolta. Perché a cosa serve un chiaro di luna in tempi cattivi se non a illuminare la strada a un assassino travestito da lanciatore di coltelli che deve affondare la lama nella carne di una povera donna senza sbagliare. O forse è un lanciatore di coltelli davvero, e guarda caso si chiama Sigismondo. Uno che non può sbagliare la mira e deve fare esercizio, e allora via libera alla sperimentazione con la cavia più disperata. C’è, in questo momento, un irresistibile gancio simbolico a cui mi voglio aggrappare perché quel Sigismondo  che canticchia un po’ sadico e un po’ impaziente, chissà mai dove vuole arrivare.



Oggi dettaglio ha la sua insopprimibile funzione drammatica (e drammaturgica), ogni pennellata di colore non è casuale né accessoria. Il peso morto di un braccio che non può più opporre alcuna resistenza; i guanti rossi di una prostituta vestita di scuro; uomini affamati come avvoltoi che depredano quel che resta di una donna uccisa, circondata di irrisori lumini da cimitero; la finestra che si apre, inattesa, su una  città muta e deserta invitando a spiare una coppia di sposi.



Ma anche questa non è che una mera illusione di felicità. Uno squarcio di luce  subito oscurato dalla minaccia di un rombo.



Siamo alla fuga quando la fuga sa già di persecuzione, come quella finale,  in cui un ebreo che cita l’ipocrita signor Wendriner  creato da Kurt Tucholsky - valigia cappello occhialetti e musica yiddish- lascia la Germania dietro di sé alla volta del charleston. O della salvezza di là da venire.



Perché “la nostra fine si innescò molti anni prima”, si dice alla fine di questo spettacolo che procede per fermi immagini partoriti l’uno dall’altro. In cui si ritrae  più ancora di quanto non si racconti, cercando nella densità di una scena la potenza racchiusa in ogni pezzo di storia, in ogni tentazione di vita.



Per questo il lavoro è costantemente innervato di emotività.  Per questo ci commuoviamo, come sempre ci si commuove di fronte a un’opera d’arte.



In scena: Antonio Balbi, Sonia Bertin, Jacopo Carta, Chiara Felici,



Giuseppe Claudio Insalaco, Camilla Martini, Riccardo Pieretti,



Federica Stefanelli, Guido Targetti, Maria Luisa Zaltron



Scene: Alessandro Ciccone 



Costumi: Lucia Mariani 



Musiche: Davide Mastrogiovanni a cura di Harmonia Team 



Disegno luci: Guido Pizzuti



 



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