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La scortecata e il senso del dramma

La scortecata e il senso del dramma

Entri in scena e ci sono due vecchie che si succhiano il mignolo, e non capisci. Forse cercano di vomitare, o forse, a furia di ciucciare quel dito, vomiteranno. Con le guance secche, eppure gonfiate e sgonfiate da quel vermicello a mo' di stantuffo, simulano, forse, un'eiaculazione. Un'immagine subito volgare e carica di rimandi volgari. Metti due vecchie e il sesso, il mignolino, e già non sopporti di vederle oltre. Poi mettile in una catapecchia tutta sporca, con condizioni di igiene terribili evidenti (o anche solo immaginate), con due canottiere slargate a mo' di camicie da notte, consunte e luride, impacchettate nelle mutande, e calze di nailon che cadono sempre, a ogni movimento, fin giù le caviglie, cosce piene di pellecchie, ciabatte nere rotte...e fai la faccia storta da buona borghese: vajasse!

La condizione delle donne è questa, decisamente. Immiserita dal loro stesso desiderio di fare sesso. A ogni età. Come si permettono queste cagne a volerlo, e a volerlo ancora, poi superato il margine della giovinezza, senza più quella loro pelle liscia?


Non sono morte! E chi non muore vuole fare sesso. Anche le donne, si. Anche quelle che ormai sono brutte. Quelle consumate e slargate, senza denti e i capelli inesistenti, inzippati tutti, quei pochi, cotonosi, nelle cuffie. Anzi, non si muore finché lo si desidera. Ancora meglio se si desidera l'amore, aggiungo io. Perché desiderio d'amore vedo in Rosina e Carolina, oramai sul ciglio del divenire. E siccome la morte non arriva a spezzare per sempre quell'ardore, una facile fiammella quasi spenta, loro spasimano ancora, e, in questo modo, si inventano altri sogni, instancabili.



Una novantaquattrenne e una novantaseienne. Due sorelle. Zitelle. Nessuno le ha amate. Un castello in mezzo alla stanza. Piccolo, piccolo, piccolo. Azzurro. Un re che bussa alla porta in ritardo, virile, assoluto...ne vuole una, l'ha sentita cantare! Quella voce lo ha turbato, la vuole in moglie.



(E d'un tratto penso alle chat del mio tempo e a quando arriva il momento di fare sentire la propria voce, col microfono, a quello sconosciuto che brama, inconsapevole dei tuoi difetti, di fare sesso con te, di fare sesso orale, virtuale, con sé...e quando sente la tua voce, più che se vedesse un'immagine, una parte nuda, gli sembra già, come di avere uno spasmo! Non so perché, o forse lo so perché, ma a vedere questo pezzo teatrale, che sembra parlare di antico, io ho pensato alle nuove tecnologie e al sesso digitale e scritto. All'immaginazione che sostituisce tutto, perché non siamo più capaci della realtà, che ci rifiuta, ci offende, ci ferisce, e perciò ce ne inventiamo un'altra a parte. Ma non gli scrittori, i poeti, i maniacali. Tutti! E le chat diventano favole per il nostro tempo, per i nostri anni perduti, per le nostre sconfitte e frustrazioni indicibili). Una volta invece erano "i cunti" a farci immaginare posizioni.



Questa storia è tragica. una favola nera che ci appartiene, dove appunto l'immaginazione diventa più brutta di qualsiasi vicenda realistica che possa capitarci! E basta un dubbio, una maschera, un sospetto...



Il mignolino della mano delle due vecchie deve diventare liscio per imbrogliare, perciò se lo succhiano, liscio come quello di una giovanissima che sia ancora vergine (anche se Rosina e Carolina sono ancora vergini!), così lo mostreranno attraverso la porta, e il re potrà sceglierlo per sé, e con quel ditino, scegliere tutta la persona e il suo stato. Eh! Magari! Il re lo sceglie, impazzisce per quel mignolino. E così Rosina impazzisce anche lei, si fa addirittura pronta ad andare al castello, nascosta in una pelle a mo' di manto pur di farsi amare dal re. E tutta la notte il re si diverte inconsapevole. Si diverte di se stesso, del suo stesso desiderio smargiasso.

[continua]
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