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Crave. Bisogno d'Amore

Crave. Bisogno d'Amore

Crave, “la febbre” di Sarah Kane, portato in scena dalla regia di Pierpaolo Sepe, quel dolore di vivere nella scrittura dura, provocatoria, aggressiva della drammaturga inglese morta suicida nel 1999 a soli 28 anni.

Due uomini e due donne. Il resto è ambiguo. La scena si apre con davanti le sbarre e quelle quattro persone in fondo messe di spalle.
Mi attirano le persone messe di spalle, catturano, specie in un quadro o in una scena come questa, e così ogni mia percezione. Visiva e uditiva in particolare. Se ne vanno fino alla fine del palcoscenico, o sono con la faccia al muro, oppure abbassano il volto e tu non lo vedi, ma immagini che abbiano il vuoto d'avanti, e le intuisci con le teste chinate. O che forse piangono e non vogliono farsi sorprendere da te. Ne riesco a immaginare tutto il dolore. Di più che se le guardassi in faccia. A guardarle negli occhi ne perderei quel loro senso pieno di smarrimento. Perciò, anche quando si voltano, sono immerse nel loro buio e coperte negli occhi.


Se guardi negli occhi in un volto, in qualche modo lo aggrappi alla tua vita, anche solo per un passaggio di luce riflessa fra le ciglia, e te ne conforti. Degli occhi tristi degli altri ognuno se ne conforta. Un corpo di spalle invece, senza un volto, è di più di un abisso. È un buco nero di cui non sai nulla. Sono arrivata a questa conclusione: le persone di spalle decisamente soffrono di più. Non piegate o buttate per terra, sono di spalle e in piedi, con quella loro dignità e insolenza a non farsi osservare. Sono più sole, e non ti cercano, non si mettono a guardare dove sei. Ti danno le spalle, puoi far quel che vuoi. E se si voltano, allora cadono, strisciano, sono diventate inutili ai tuoi piedi. Insignificanti. E tristi.



Anch'io quando prendo la metro mi metto alla porta con le spalle date a tutti, quasi con la testa sul vetro (e mi odiano quando poi devono scendere e mi devono spingere e spostare a forza come fossi un fantoccio). Ma io mi ci rimetto insolente in quella posizione, per non dovere guardare gli occhi di nessuno, le azioni di nessuno, e la bocca sguaiata e invadente di nessuno, pronta a fuggire senza poter fuggire, nel rumore del treno che riparte sottoterra e delle persone che si risistemano confuse e ansiose dietro di me. Così nella vita. Io odio la gente tutta insieme che mi sta addosso, comincio a sudare anche di inverno se guardo tutte quelle facce come se fossero un'unica faccia gigante verso di me.



Ecco il freddo. Questa scena mi ha dato subito la sensazione del freddo. Del freddo e di cose sporche. I pavimenti sporchi dei cessi. Angoli schifosi di una casa abusata dalla presenza prolungata di persone come in un sequestro, dei loro liquidi biologici sparsi.



- Cosa vuoi?



- Morire



- Se potessi liberarmi di te senza doverti perdere



- Non sempre si può



Questi animali chiusi in gabbia che siamo sbattono le teste dovunque e urlano, in questa stanza/gabbia dove hanno allestito la loro esistenza, dove hanno pensato di violentarla ogni giorno allo scuro di tutto e di tutti per sfinirla, senza che gli altri se ne accorgano. Si mettono di spalle. Piangere non basta, anzi non viene più. Voci striscianti si muovono dentro di noi come gli insetti di quella casa sporca, con pareti sudice e annerite dalla notte, fino a quando non scappano lungo gli angoli della stanza e sotto le sedie con le loro zampette impaurite dai rumori brutti che vengono da fuori.



I rumori. I rumori sono abusanti. Distruggono. Spezzano. Incolpano. Eppure mettersi a sbattere insistentemente contro quella gabbia, rompendosi le mani e la faccia a furia di prendere la rincorsa per cercare di sormontarla e fuggire non interrompe la vita di nessuno.

[continua]
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