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Self-ie: testimoniare la propria presenza

Self-ie: testimoniare la propria presenza

Quando ci troviamo di fronte a una parola e ne vogliamo conoscere il significato, o i suoi significati, prima di analizzarne le interpretazioni, le alterazioni, le contaminazioni, gli abusi e le manipolazioni dialettiche, dovremmo prendere un dizionario, così mi ha insegnato mia madre, e cercare quella parola nell'universo del linguaggio condiviso, sedimentato, e partire da lì per assumerne le ulteriori sfumature o evoluzioni semantiche, per poi eventualmente stabilire quello che è il significato più significante solo per noi! Per le nostre frasi, il nostro pensiero. Il significato di quello che vogliamo dire, con più precisione.

Il termine “selfie” deriva dall’inglese self (se stesso) e viene utilizzato per indicare un autoscatto ottenuto senza l’ausilio della temporizzazione e fatto usando uno smartphone o una webcam per poi essere condiviso sul web (Oxford Dictionaries).

Ora, se escludete quella mia di banalizzare o di fare la maestrina, la finalità del selfie è, dunque, quella di essere condiviso sul web. La finalità è dunque: condividere se stessi nel web. Ma riguardo le motivazioni soggettive o le cause/concause individuali, sociali, ambientali, relazionali della condivisione di se stessi, della immagine che si ha o si vuole avere di sé (stessi) nella piazza virtuale, il significato della parola sul dizionario, a ben vedere, non aggiunge altro.

E allora, a questo punto, siamo noi che possiamo sbizzarrirci?! Del resto, i social servono anche a questo. Internet in generale ci permette di diventare opinionisti orizzontali, esperti competenti alla portata di tutti, e avere riconosciuta così quella competenza, che noi stessi facilmente riconosciamo a noi stessi, con lo stesso metodo di giudizio dei selfie: il numero dei consensi.

Se poi si originano conflitti e sofferenza in merito, tra l'io il super-io e tutti gli altri, meglio così, dobbiamo essere rivoluzionari in un mondo di mentecatti che stanno tutto il tempo a farsi le foto, bisogna dirglielo, vincere questo arretramento, questa involuzione, questo "vuoto generazionale", questo analfabetismo generato dall'iperimmaginifico di sé, e possiamo farlo solo con il nostro puro e duro pensiero consapevole (consapevole?).
La nostra verità sulle cose.

Ma se pure avessimo ragione nel disdegnare i selfie, e in qualche maniera implicita nel disprezzare chi li usa, questo altro "sé" che esprimiamo ugualmente così prepotente, cioè quel sé che ci convince di avere ragione, dove lo mettiamo? È più o meno una forma di narcisismo intellettuale? Forse anche più pericoloso e che non di rado esprimo anche io, con tanta gioia e interiorizzata superiorità? Gli altri sono scollati. E noi? Tutti di un pezzo. Ben strutturati.
Noi siamo il giudizio.


Con le piattaforme social, in particolare con FB e Instagram, il fenomeno dei selfie (non ve lo sto a dire io) è diventato in realtà assai popolare (una moda, una mania, una pratica assai preoccupante per i più, i benpensanti, quelli che naturalmente valutano appunto "narcisistico" questo comportamento con le dovute implicazioni che ne derivano: ingombrare con la propria faccia, il proprio corpo, spesso nudo o seminudo, il monitor degli altri è aberrante).



Ed è forse sul corpo, sul senso del corpo che dovremmo focalizzare la nostra attenzione, e non disapprovazione, anche con riferimento alla pratica dei selfie, è sulla sua mortificazione, sulle violenze non di rado subite in senso lato dal corpo in questa società che dovremmo riflettere (ma forse ci scriverò un altro articolo, non posso annoiarvi con troppi temi connessi). Tra liquidità e ipersessualità (concetti di cui abbiamo abusato al nostro solito, pur non avendone compreso appieno ancora la dimensione post moderna) il corpo è diventato Altro da noi proprio per come è fruito dagli altri, anche nelle relazioni non virtuali.



Usato pressoché da tutti, il selfie di fatto infastidisce la maggior parte degli intellettuali, dei sociologi di maniera, degli psicologi, dei filosofi, dei pedagogisti, degli anticapitalisti, dei genitori, e in particolare degli ex (che siano anche ex suocere, ex cognate, ed ex amici, ancora amici del tuo ex).



La domanda imperante (e per me davvero fastidiosa, qualunquistica): come è stato possibile che i social ci abbiano ridotto così?



Tutto è cominciato con l’introduzione nel 2010 della telecamera frontale nell’IPhone 4. E cioè da quando le immagini possono essere scattate guardandoci direttamente nel monitor per come verremo in foto, e sia con la fotocamera del cellulare tenuta a braccio teso, sia attraverso uno specchio, ma a volte anche utilizzando accessori con appositi supporti per reggere il dispositivo, come la famosa “asta per i selfie”.



Che sia allora tutta colpa dell'IPhone e degli americani? Deduzioni per deduzioni!



Secondo una ricerca condotta dall’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano nel 2014 e promossa da Fondazione IBSA, a farla da padrone è invece il desiderio di sentirsi apprezzati dagli altri, seguito dalla vanità e dal bisogno di raccontare un momento della propria vita e solo in minima parte dalla volontà di sedurre. Seguiamone il risultato.



Il Prof.

[continua]
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