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Pietre e pantegane (ricordi cattivi sul filo)

Pietre e pantegane (ricordi cattivi sul filo)

La stanza era illuminata da un neon bianco ghiaccio che virava al verde acido e le facce delle ragazze parevano malate.
“Meno male che non vi vedono”, diceva sempre la signora, ridacchiando insieme all'unico maschio che si aggirava bolso e taciturno tra la stanza e la porta di ingresso.

Le chiamavano ragazze quelle donne attaccate ai telefoni, sedute su sedie di plastica usurata dal tempo, anche se avevano dai venticinque ai sessant'anni.
Dodici ragazze per altrettante postazioni non più grandi di un loculo, suddivise da tramezzi di fortuna realizzati con fogli di cartone, che simulavano una privacy surrettizia, disturbata da voci roche e sospiri di maniera.

In quella stanza, ricavata nel seminterrato di uno stabile d'epoca in zona Colosseo, tra turisti senza pensieri e residenti senza problemi, sopravviveva una hot line carbonara gestita da due fuorilegge.

Una donna di mezza età soprannominata 'la pantegana' ma chiamata 'signora' e il di lei compagno di vita e ventura, più acerbo assai e soprannominato ‘il ragazzo’, con cui divideva anche i rischi, non pochi, di finire in galera.


“Noi se non vi trattiamo coi guanti finiamo così”. E in quella metteva un polso sull'altro, violentemente, i pugni stretti e le labbra di più, e tu le vedevi le manette che scintillavano sulle vene violacee, e lo sentivi chiaro il clic del lucchetto (si dice lucchetto?), liberatorio, catartico, e per un attimo, un attimo solo, ti ritrovavi fuori di lì, libera tu, ammanettata lei. Ma durava meno di un attimo. “Mica come loro! -continuava la pantegana, digrignando i denti e sciogliendo i polsi dalla sua stessa morsa con la stessa violenza con cui li aveva incrociati-. Importano bambine, loro, e sono protetti dai servizi”.



Diceva frasi a casaccio e pensava, pro



babilmente, che una parola come 'servizi' potesse avere un qualche effetto su noi.  E su qualcuna l'aveva.



E sebbene la galera la rischiassero per ben altre ragioni, veniva paventata per distinguersi dai nuovi magnaccia di strada che ormai sono lobby e si sentono intoccabili.



La signora li conosceva molto bene: era evidente che li conosceva e portava i segni di un ruolo dismesso che si ostinava a negare.



Il trattamento coi guanti che invece riservava alle operatrici di chat  consisteva in un caffè al distributore automatico nel cuor della notte, quando i telefoni squillavano più forte. Squillano più forte i telefoni nel cuor della notte, perché di notte i matti si scatenano insieme e quando i matti si scatenano insieme anche lo squillo delle loro chiamate arriva più forte. I matti. Sono impazienti i matti nel cuor della notte e il torpore non serve a  tranquillizzarli.



E allora sì, servivano i guanti.



“Se sareste più produttive, invece che siete peggio di amebe, vi darei pure una striscia, ma per due lire che alzate è pure troppo un caffè”.



No non è per la striscia, non è perché è pure troppo un caffè, non è nemmeno per gli acari con cui conviviamo, non è per il bagno maleodorante, non è  perché è notte e sto parlando con un povero cristo che mentre si tocca mi dice che è figlio del papa e della statua della libertà. No, è perché se non sarei quello che fossi io ti avessi già fatta fuori. 



E' perché non avrei mai pensato di trovarmi a ricevere ordini da una squinzia in carriera. Né avrei mai pensato di trovarmi a ricevere ordini.



“A Ga che ci fai con quel coso in mano? Dai un po' qua ...”.



Questa volta era il ragazzo, improvvisamente animatosi di fronte a un quadernetto che lui chiamava 'coso'.

[continua]
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