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BEAST WITHOUT BEAUTY

BEAST WITHOUT BEAUTY

Rumori, suoni, cinguettii ci raccontano subito che siamo all’aperto. Forse fa freddo, forse piove e la terra è bagnata. C’è una figura nel mezzo ma non si capisce cos’è. Sembra una statua anzi una sezione di statua preellenica. Manca la testa eppure un movimento si intuisce. E’ come se la mano invisibile di uno scultore stesse forgiando le scapole di una schiena abbozzata, procedendo per tentativi, infondendo un soffio di vita.


E’ così perché la figura a poco a poco si anima e si definisce. Riconosciamo il capo che pare allungarsi da quel corpo goffo che goffo non è e appena si agita si capisce che è instabile come una giovane creatura che ha appena posato gli arti a terra. E’ un animale che sembra cercare il suo equilibrio nel bosco acuendo l’udito e la vista. Basta seguire il movimento del collo su fino al palco. Il palco del cervo. Davanti a noi è nato un cerbiatto.



E’ incredibile la perfezione del gesto di questa coreografia capace di evocare con pochi precisissimi segni il cucciolo di un cervo. Incredibile quel mix di goffaggine e grazia, di fragilità e fierezza che il corpo di un uomo riesce a trasmettere attraverso la danza.   



Siamo ai primi movimenti di Beast without beauty, originale creazione di Carlo Massari di C&C company e lo spazio è quello bolognese di Teatri di Vita.



Avrei saputo subito dopo che questa scena è il risultato di due giorni passati a osservare gli animali in una riserva naturale in Trentino Alto Adige, prima che lo spettacolo debuttasse a Rovereto al festival Oriente Occidente.  



E’ la produzione più recente di questa compagnia fondata nel 2011 da Massari e Chiara Taviani che pensa alla danza come mezzo di narrazione e racconto, ispirata e fondata su una ‘drammaturgia’ chiara e riconoscibile, resa da una sinergia di linguaggi differenti, dal recitativo al canto che arriva con potenza composta nel mezzo di una prova fisica allo stremo.  



In questo caso il riferimento dichiarato è il teatro dell’assurdo bechettiano e in particolare l’immobilità di Giorni felici, il senso di frustrazione, di impotenza, di inutilità che qui si manifesta in azioni reiterate, compulsive, anche violente.



E con una morte violenta si chiude la prima scena. Con un sacrificio sull’altare del non-sense preceduto dal rumore secco di uno sparo: è il colpo di un fucile che rimbomba nel vuoto  e nel buio,  poi ecco la testa mozzata del cervo esibita come un trofeo.  



Ma non è certo il cervo la beast without beauty del titolo. La bestia senza bellezza non è l’animale, nella sua meravigliosa innocenza, nella sua leggerezza, nella sua incontaminata purezza. Ha molte forme, la bestia, e arriva da un mondo altro dal mondo del cervo, un mondo che ha fatto irruzione con prepotenza e stoltezza, sotto forma di ‘burattino’ travestito da Hitler in tenuta da caccia, aggressivo ma pavido come chi teme che la bellezza offesa possa tendergli un agguato.



Per questo lo vediamo inizialmente solo, sulla difensiva, i movimenti di chi si ripara da un’aggressione in atto.

[continua]
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