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Levanzo. Dove il tempo non è ancora arrivato.

Levanzo. Dove il tempo non è ancora arrivato.

Ci eravamo lasciati i rumori alle spalle, le canzoni dei jukebox, i negozietti di monili di corallo e conchiglie, l’ufficio postale, la banca, la farmacia: l’unica farmacia in tutto l’arcipelago. Favignana era troppo urbanizzata per noi e anche Marettimo mostrava i primi segni di civilizzazione.
Solo a Levanzo il tempo non era ancora arrivato. Si affacciava, il tempo, chiedendo permesso attraverso il rombo di un aliscafo, ma non gli veniva mai accordato. Torna indietro - gli diceva ogni giorno lo scoglio – non vedi che qui non ci sono nemmeno le strade? Tu corri troppo per sopravvivere dove non ci sono le strade. Dove credi di andare tu e la tua fretta in questi dirupi di rovi e rosmarino?


E il tempo se ne andava, un po’ triste, forse, ma consapevole anch’esso che lì sarebbe morto di inedia. Aveva ragione lo scoglio.



Cinque chilometri quadri di terra baciata dal mare e benedetta da Dio, quattro case, forse dieci, bianche come le rocce calcaree con cui si confondono, un baretto con la terrazza affacciata sul porticciolo, appuntamento quotidiano con la granita al limone e una trattoria, una sola, dove ho assaggiato il mio primo cuscus. L’unica strada la ricordo sterrata e conduceva alla spiaggia del Faraglione, la più modaiola, ma erano i sentieri a collegare via terra le cale dell’isola, quando non andavano a morire tra la vegetazione selvatica dove era bello anche perdersi, tra i cespugli odorosi,  di nascosto dai grandi.



Io ogni tanto lo penso, lo scoglio. Mi torna in mente quando il profumo di rosmarino è più forte.



Allora basta un respiro, un respiro lunghissimo ed eccomi lì, con i capelli bagnati e il costume frou frou. Ho di  nuovo otto anni, e otto lustri si sono fatti da parte. E con loro il tempo, rassegnato e perdente, che forse mi guarda tuffarmi in quel mare gentile, educato, che non sa litigare.



Lo ricordo così il mare di Levanzo, accogliente e sicuro. E mi vedo al largo nella piccola canoa gonfiabile, poco più di un giocattolo, seduta alla guida, con Sabrina e Luigi. Mi vedo impugnare fieramente le redini,  un cordino di nylon che papà ci lanciava dal gommone a motore. Era il nostro collaudatissimo sistema di traino, da imbarcazione a imbarcazione, tra un catino bislungo di gomma gialla, che risaltava nel mare, e un tre cavalli serafici, incapaci di imbizzarrirsi. Eppure raggiungevamo ogni giorno la ‘nostra’ piccola cala nascosta che allora credevo segreta.



Una mezza luna di ghiaia bianchissima tra il mare e il dirupo da cui mamma scendeva con destrezza pedemontana, aprendosi il varco tra le foglie di cavolo delle Egadi e i fitti intrecci di euforbia, ormai secchi di agosto.



Insieme a lei, Meri l’eroica e la favolosa, dalla treccia bionda che si impigliava nei rami, e i loro figli più piccoli, adeguatamente forgiati: Antonello e mio fratello Filippo, che a questa piccola oasi circondata dal mare deve gran parte della sua confidenza con le Alpi marittime.



Io adoravo addentrarmi nelle rocce spioventi attraverso  i cunicoli dove non passa corpo di adulto, e inventarmi la mia casetta nell’acqua, che mi arrivava fino alla vita. Lì, in quei piccoli antri dove filtrava la luce del sole, figli delle grotte più grandi e famose, siti archeologici di cui l’isola è prodiga, feci il mio primo incontro con il sapore agrodolce, sciacquando nel mare i grappoli di zibibbo dolcissimo.

[continua]
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