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Calci Sputi

Calci Sputi

"PPP ultimo inventario prima della liquidazione (hommage à Pier Paolo Pasolini)" di ricci/forte

Un balletto. Estraniante come al solito. Mi confonde. Per certi versi mi infastidisce. Ma questo deve fare. L'arte non può essere conciliante, soporifera. Neanche compresa sempre o del tutto. Sentita forse. Le percezioni. Nessuno può moralizzare le percezioni. Mi concentro sui dettagli. Su ogni parola scritta. Sugli accumuli di scena, e sul balletto. Quasi piango. Ma poi c'è qualcosa di consumistico che mi appaga. Sono i calci. Lo spettacolo dell'offesa. I calci dati che non abbiamo potuto vedere e che ci vengono raccontati. Quel balletto che li ripete con ossessione. Immaginarli i calci. Ritmarli. Tamburellare con le dita sul bracciolo della poltrona mentre gli vengono dati, con forza, brutalità, crudeli. Ma non c'è niente di più "bello" che vedere offendere qualcun altro e raccontarlo. Lo so. La violenza riferita. La conosco. Ti entra dentro. Balla. E ti fa anche sorridere. E gli altri ballano quando tocca a te.

Uno scrittore. Saperlo morto. Emozionante. Per ogni lettura in scena, per ogni attore che si immedesima, per ogni volta che viene citato. Qui. O anche su facebook. È proprio una gran bella sensazione rivivere quella sua morte, sacrificio per noi sempre. Dovresti indignarti. Un piccolo sorriso colto invece assottiglia i tuoi occhi, lame taglienti di piacere perverso. Mi cibo di frasi e commenti, di parole sottratte. Emblematizzo la mia vita della morte di un Altro, questo faccio di continuo. Questa è diventata la mia arte. Ripetere l'infamia, tutta e soltanto per me. Sempre più spettatore. Sempre di più: assisto. Un postesistenzialismo di maniera. Il mio non trascurare il dolore come un'estetica del Mio tempo.


Questa scatola che è il teatro mi ha messo diverse volte proprio dentro nelle parole strappate e sanguinanti (e non solo di inchiostro) di Pasolini. Voglio dire, uno soffre di parole, e non di rado gli basta, ma c'è chi soffre quelle stesse parole come sua vita. Ma stavolta è un elenco. Un inventario di cose fatte, di cose successe, di passaggi storici importanti. Un "inventariare" la vita, una vita di carta. Il percorso. La morte. Senza ali si cade. Questo testo non gli ruba niente. Non fa altro che inventariare. Immagina quelle ali di carta sporcarsi di petrolio e non potere più niente. L'inquinamento delle immagini e del teatro. La retorica della cultura, quella che dice cosa è la cultura mentre è già morta. Placche gelatinose di pensiero otturano le substrutture del cervello da dove passano le idee (e anche le percezioni).



Il primo sguardo mi ricorda quel pezzo di terra dove in mezzo alla sporcizia è stato sepolto con forza. Ripulito, tutto bianco come all'alba sul mare, le rimesse di lato, con le loro gomme di auto e autocarri all'angolo delle saracinesche. Ma ripulite anche quelle, bianche. Quanto pesa una ruota, una macchina in movimento sulla schiena, sulla testa? Lo scrittore si alza da terra e se la porta legata sulle spalle. Quella di un autotreno, gigante, perché solo con le cose giganti ci accorgiamo. Forse. Cammina a fatica, mentre figure dal nulla entrano tremanti in quella idea di sconfitta. Il cielo cambia, E da bianco, il denso in cui ci troviamo, diventa verde, poi rosso, blu e nero. Il verde è il periodo degli incontri intellettuali e dei deserti, con la macchina da scrivere in agitazione contro tutti, il rosso è della passione, dello scandalo e dell'emancipazione/emarginazione, il blu, beh!, è della solitudine fino al nero. Tutti colori ugualmente densi che pesano sugli occhi. La musica: un'esperienza sostitutiva. Voglio dire, se solo ti metti ad ascoltarla, separata dal resto, è più simbolica delle parole che appaiono e scompaiono sulle pareti. C'è una ricerca interessante anche in quella. Tessitura sonora di Andrea Cera. Alterna pezzi "cool", accattivanti, a meccanici assembramenti di note e rumori acciaiosi. Smarrimenti di musica disorganizzante. Finanche il pezzo dei Queen "The show must go on" aliena.



Tutto come se dovesse diventare liquido dal denso che è, e non ci riesce. Liquido come le teorie sociologiche, liquido com'è l'amore, liquido come la morte dopo la putrefazione. C'è il mare, ma da lì è un luogo di persecuzione. Zuccheroso quando ci metti i piedi dentro, grigio quando lo guardi da non troppo lontano. Ma il Petrolio non si scioglie, scivola e sporca indelebilmente le facce di tutti noi.

[continua]
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