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(Ri)Tagli. Non potrò più stare sotto la pioggia.

(Ri)Tagli. Non potrò più stare sotto la pioggia.

"Cut, frame and border" (prima nazionale) - École des Maître 2016/Christiane Jatahy (regista brasiliana), per la rassegna Short Theatre 11_ Keep the Village Alive

Prima di analizzare lo spettacolo che più ci ha colpiti all'interno della rassegna, mi preme fare una piccola premessa sulla rassegna che ce lo ha proposto, proprio per dare un'idea del contesto in cui questo spettacolo molto interessante è stato inserito.

Short Theatre non è certo un contenitore nuovo per gli addetti ai lavori e neanche una realtà teatrale per lo spettatore ancora da metabolizzare, rimane, comunque, fra i più interessanti "spazi" culturali che la città di Roma predispone per i suoi utenti (davvero non sempre così accorti!). E questo in particolare perché la finalità di questa rassegna, che si ripete oramai da diversi anni, 11, è quella di assicurare "un luogo per le compagnie", per quelle meno frequentate e di frontiera. È perciò una realtà teatrale da considerare fra le più insistenti e caparbie a innovare, ma è anche in verità quella più sostenuta e foraggiata dal servizio pubblico.

Tuttavia, la progettualità teatrale in generale, a prescindere da questo specifico contesto, dovremmo capire, richiede tutto il tempo della sua realizzazione, e non sempre questo tempo viene ai più concesso. Se un contenitore come Short Theatre dura (o lo si fa durare), a mettere insieme tante compagnie, anche internazionali, oltre a riuscire ad anticipare esperienze artistiche che le nuove generazioni sentono nell'aria ma non riescono ad afferrare, forse può anche tentare la continuità a promuovere e sostenere operazioni culturali che le produzioni del nostro sistema non sono riuscite invece neanche a far emergere, e che in questo luogo possono ancora recuperare la loro visibilità, e mantenerla. Naturalmente questo può voler dire escluderne delle altre, escludere altri contenitori meno strutturati che evidentemente a quei finanziamenti non hanno avuto o potuto avere accesso!

Negli ultimi dieci anni, bisognerà però ammetterlo, sono nate e morte tantissime nuove esperienze, ma troppo presto, e questo per ottenere solo sporadici finanziamenti. Short Theatre ottiene i finanziamenti, è vero, ma per rimanere in piedi e continuare in qualche modo il suo cammino non occasionale nel tempo. E anche questo va considerato alla fine come valore aggiunto, almeno come risultato, riuscendo a mettere insieme performance-creazioni, suggestioni dei luoghi ridisegnati come nuove geometrie, e spazi museali allestiti per i più svariati linguaggi. E poi cicli di conferenze, incontri e dibattiti, spettacoli di danza, e performer provenienti da diverse parti del mondo, in un annuale e consolidato appuntamento fisso.


Come ogni volta, diverse sono state le cose interessanti a cui abbiamo assistito, tra queste lo spettacolo di Alex Cecchetti "Tamam Shud", attraverso cui lo spettatore ha potuto fare esperienza attiva e diretta della morte e insieme anche dei ricordi inutili della vita.



Ma la pièce a nostro avviso fra le più toccanti è stata quella messa in scena da l'École des Maître.



Il dispositivo drammaturgico è una partitura sempre delusa su storie di persone reali interrotte. La struttura del racconto è basata sulla vita, l'improvvisazione, i ricordi. Ma sono tagli, bordi di persona, confini di braccia e di gambe messe a terra o nel vuoto. Con cornici di significato semplicemente per come viene attribuito alle immagini evocate.



Sedie buttate sul pavimento rappresentano la distruzione (e la descrizione di ciò che è accaduto), la città, ma ognuna di quelle sedie diventa narrazione, dialogo e interiorizzazione una volta predisposte ad accogliere persone, quelle persone che non ci sono più e di cui non sappiamo. E neppure ricordiamo i loro nomi. E allora ce li ripetono in continuazione, abbinandoli alle famiglie, ai cani portati a spasso, agli amori traditi, ai bambini che dovevano nascere e che invece... non sono nati. E con quei loro ricordi instancabili e ripetuti si mettono a camminare nelle nostre "stanze" abusate dai loro carcerieri e assassini. E nelle nostre stanze però trovano ambiguità ideologico-mentali, dove  solo il concetto di tragedia stereotipata ricopre lo sdegno di cui non siamo invece realmente capaci. Impersonale traduzione del tutto in un fatto ogni volta interpretato, che immaginiamo di avere in possesso come significato e che invece viene decostruito davanti a noi restituendoci momento per momento l'inutilità del nostro non-esser-ci stati, lì in quel momento. Ora a immaginare chissà quali ragioni, e qualcuno da accusare.



Mass murder. Diverse occasioni di uccisioni di massa. Attentati. Spazi di morte concessi alla religione, all'omofobia, al fanatismo politico, alla sproporzione economica e agli estremisti dell'orrore applicato. Questo è successo. Ragazzi, soprattutto ragazzi, di ogni provenienza e cultura, di ogni lingua e costume, annientati in un solo momento dall'Altro sopravvenuto, con il suo delirio confuso di superiorità e differenza. Vite che non possono più essere, perché lasciate in accumulo sul terreno di un aeroporto o di un museo, riunite per un concerto o nello stesso posto fatto di luci per incroci sporadici di esistenza, un'esistenza lì per lì in-de-finita. E ora tutti in mezzo con la loro morte improvvisa negli occhi e davanti a noi.

[continua]
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