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Arsenico e vecchi merletti.  Guarnieri e Lazzarini sublimi assassine

Arsenico e vecchi merletti. Guarnieri e Lazzarini sublimi assassine

Ma quando ci ricapita un ambo così. Giulia Lazzarini e Annamaria Guarnieri sullo stesso palcoscenico in una commedia che è molto più di un classico di genere, perché forse nel suo genere non ha uguali.
Arsenico e vecchi merletti, tratta dalla commedia di Joseph Kesselring del 1939, e dall’omonimo film del 1944 di Frank Capra con Cary Grant, è qui presentato nella traduzione di Masolino D’Amico e la regia di Geppy Gleijeses che ha voluto tra l’altro rendere omaggio a Mario Monicelli a dieci anni dalla morte, già regista di una versione con Regina Bianchi e Isa Barzizza e lo stesso Gleijeses nel ruolo di Mortimer.


Dicevo, un ambo. Le due signore del teatro sono di quelle attrici che ti viene voglia di abbracciare, di correre in camerino e ringraziarle di esistere.



Di assicurarti che siano loro, Annamaria e Giulia e non Martha e Abby, che non vedono l‘ora di offrire anche a noi una tazza di tè o un bicchierino di rosolio, fatto con le loro prodigiose manine.



E forse si dice sempre così di fronte a due fuoriclasse, ma sembra che queste figure attendessero loro per tornare a vivere e a palpitare.



Sono due involucri, Martah e Abby, e come tutti gli involucri chiedono di esser riempiti, un alito di vita e via, si comincia. Vere e sincere al di là della storia, che non si preoccupa più di essere vera.



Così queste due simpatiche ziette piene di amore e misericordia per gli uomini soli, meglio se vedovi, da liberare una volta per tutte, per il loro bene, per carità, aprono le danze di una commedia dove si ride moltissimo.



La premurosa Abby di Giulia Lazzarini, che sa di pasticcini  intinti nel tè, passa tutta attraverso i suoi gesti perfetti, piccoli, allusi, lasciati in sospeso, evanescenti come la voce che si fa bisbiglio, eco friabile di un soliloquio interiore; la bizzarra Martha di Annamaria Guarnieri, più cupa alla vista e più temibile, teme a sua volta i film dell’orrore che le provocano gli incubi.



Ritmo incalzante ben assecondato da musiche e suoni, battute esilaranti, ironiche, paradossali, intrighi e colpi di scena accuratamente gestiti, cioè preservando l’effetto sorpresa, la commedia si consuma in un soggiorno austero in stile vittoriano -a pensare alla nostra letteratura, ricorda le ambientazioni gozzaniane delle buone cose di pessimo gusto-, accogliente come una tavola apparecchiata, inquietante come un coltellaccio per affettare l’arrosto o una cassapanca da  presidiare sempre, soprattutto in presenza di terzi.



Tipo i carabinieri che occupano le ore aggiustando giocattoli per i bambini poveri; tipo Mortimer il nipote (Paolo Romano) che fa finta di campare facendo il critico teatrale e che scoprirà il cadavere sigillando la scena con tanto di pantomima e urlo muto; tipo la sua sposa promessa (Maria Alberta Navello) che non si capacita dei suoi repentini cambi di rotta; tipo il reverendo un po’ indolente, assiduo della casa (Bruno Crucitti); tipo l’ennesima vittima predestinata signor Johnson (Francesco Guzzo, anche tenente Rooney).



A parte Teddy, l’altro nipote, un bambinone mitomane che si crede il Presidente Roosvelt o il General Lee (Mimmo Mignemi)  che con le zie condivide non solo la casa ma il progetto. E’ lui il becchino della situazione, ogni volta pronto a suonare la carica e a scavare la fossa nel sottoscala.

[continua]
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