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Clara Galante. Una vita o prove di liberazione

Clara Galante. Una vita o prove di liberazione
di Alessandra Bernocco

Ognuno è prigioniero della sua famiglia, del suo ambiente, della sua professione, dei suoi tempi
Jean d'Ormesson

Le prigioni trovano sempre dei guardiani
Jacques Préver

Mi seccherebbe essere arrestato per droga solo perché ho un po' d'erba addosso, sarebbe come essere arrestato per violenza carnale perché sto annusando delle mutandine stese al sole ad asciugare
Charles Bukowski
(25 settembre 2019) Il volto antico dai lineamenti perfetti, la postura composta e la voce sinuosa, una voce che sa piegarsi e modificarsi nel corpo dell’altro, per colorarne l’anima senza scalfirla. Clara Galante non è solo attrice e cantante di grande perizia, ma è demiurgo di sé, nel senso che si reinventa ogni volta e ogni volta è una nuova conquista, un punto fermo in un percorso in cui lei, per prima, va in cerca di ostacoli e sfide da superare. Chi la conosce, oltre al talento, ne apprezza la grazia e l’equilibrio, chi la conosce ancora meglio sa bene che quello stesso equilibrio è una conquista, e la grazia è anche il modo per ubbidire a se stessa senza farsi del male. L’ideale è lì, dietro l’ angolo, e anche se sfugge ogni volta che stiamo per afferrarlo, ci aspetta e ci esorta a non maltrattarlo. La libertà è prima di tutto liberazione. E la liberazione sollievo, stupore, slancio vitale. Ci sono nuove vie da tracciare, nuove pagine da leggere e scrivere.


“In ognuno di noi c’è un carcere interiore”, dice Clara per spiegare la sua recente pagina piena di amore dedicata a Pierre Clémenti, un uomo e un artista con cui “la giustizia non è stata giusta”, che ha racchiuso nel libro Pensieri dal carcere la sua testimonianza di carcerato arrestato per droga e rilasciato per insufficienza di prove dopo un anno rinchiuso a Regina Coeli e Rebibbia.



“Leggendo le sue lettere, mi sono ancor più convinta di quanto sia labile il confine tra chi sta dentro e chi sta fuori”.



Per questo la vicenda di Clémenti, attore francese e star del cinema degli anni sessanta - Buñuel, Pasolini, Garrel, Bertolucci, Fellini, De Sica, Visconti, Cavani, alcuni dei registi con cui ha lavorato – diventa per la Galante metafora di una condizione umana e sociale. E l’affondo nell’interiorità di un singolo individuo diventa esposizione critica dell’interiorità collettiva. Il carcere stesso è la prigione che ognuno si costruisce senza volerlo, è rinuncia alla libertà, soggezione a meccanismi che ci controllano e manipolano.    



Una vita o prove di liberazione è il titolo di questa performance da attrice solista che ha debuttato al Macro di Roma l’11 maggio 2019 in cui i contorni e le coordinate spazio-temporali che riguardano la testimonianza di Clémenti, lasciano il posto a una riflessione più ampia sulla libertà e  sulla giustizia.



Riflessione in cui l’autrice ha dato voce, evocandoli, a tre personaggi –Pierre, il direttore del carcere e la madre- ovvero l’interiorità del carcerato, indagata e dilatata fino alla nostra, la legge e il potere senza giustizia, la maternità come forza vitale, potenza primigenia la cui voce, che Clara evoca attraverso il canto, è capace di “risvegliare i morti”.



Ma il canto della madre non è solo uno dei modi in cui l’attrice si esprime, ma il segno che la liberazione passa attraverso l’arte. La madre che libera non si limita a consolare, la madre canta e cantando libera dalle catene, reali e simboliche. La madre va oltre, trascende la costrizione e, attraverso l’arte, indica una via di salvezza. Invita a imboccare una traiettoria diversa, invita a resistere attraverso la fuga nell’immaginazione che sola rende possibile la libertà in qualunque condizione.



Perché schiavo, scrive l’autrice citando Clèmenti, non è solo chi ha le catene ai piedi, ma chi non è in grado di immaginare la libertà.



L’arte, come la madre, è forza vitale, palingenesi, inno alla vita e alla speranza.



C’è in tutto questo un elemento fortemente dionisiaco che trova ordine e giustificazione in un lavoro in cui la bella prosa di Clèmenti viene ripensata in versi liberi, snocciolati e scanditi a incidere l’aria, prolungati in un’eco o fissati da una reiterazione che alla fine si fa interrogazione da rivolgere prima di tutto a se stessi. “A sopravvivere ci vuole poco, a morire ci vuole niente, è a vivere che ce ne vuole, ce ne vuole, ce ne vuole”. 



Sola in scena, Clara ha creato intorno a sé un habitat preciso ed essenziale delimitato da transenne che definiscono lo spazio d’azione, custodendo, comprimendo, provocando l’interiorità di Clèmenti e la nostra.



Questo, almeno è quanto è stato visto al Macro quando lo spettacolo è stato presentato in unica data e in forma di studio, ma sappiamo che il progetto continua con un obiettivo nobile e ambizioso: individuare in ogni piazza una persona che abbia vissuto l’esperienza del carcere, disposta ad  affiancare l’attrice condividendone la scena e le mai finite prove di liberazione.



“Per dare spazio a chi spazio non ha”, ma forse anche per imprimere una verità di volta in volta diversa, ognuno con le sue ferite,  la sua endemica storia, la sua volontà e possibilità di liberazione e riscatto. 



Siamo alla metafora dell’arca di Noè, altra suggestione accolta e sviluppata dai Pensieri di Clèmenti, che induce ulteriori riflessioni sul concetto di colpa. Perché in carcere possiamo trovare l’assassino ma anche l’innocente, purtroppo. E va a sapere quale destino e quali circostanze fanno sì che un individuo si trovi privato della propria libertà.



La notizia recente è quella di una possibile pubblicazione del testo con traduzione francese a fianco e si pensa a un circuito in Francia.



L’editore interessato c’è già.



 


25 settembre 2019
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