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“Imitationofdeath” di Ricci/Forte al Teatro Vascello per RomaEuropa Festival

“Imitationofdeath” di Ricci/Forte al Teatro Vascello per RomaEuropa Festival
di Chiara Merlo

Tu non sei un delicato e irripetibile fiocco di neve. Tu sei la stessa materia organica deperibile di chiunque altro e noi tutti siamo parte dello stesso cumulo in decomposizione.
(Chuck Palahniuk, da Fight Club)

A fingerti debole acquisisci potere. E al tempo stesso fai sentire le persone più forti. Lasciandoti salvare, tu salvi loro.
(Chuck Palahniuk, da Soffocare)
(29 ottobre 2012) Soffocare (Choke) è il titolo di un’opera di Chuck Palahniuk. E sembra che soffochino i corpi stesi a terra di Ricci e Forte mentre soffiano in dei sacchetti, forse è così che imitano di morire. Non riescono ad alzarsi, cadono ripetutamente...su quei tacchi alti fatti di vetro. O forse emulano di godere, mentre dicono chiaramente che stanno soffrendo (in questo modo potranno essere mai salvati?)

Ma far finta è meglio, far finta di essere felici, per non essere catturati, oppressi, dal dolore in godimento subito dell’altro. Questa la scena: un respiro che diventa collettivo e che fatica. Dove il corpo non è individuo solitario, e neppure semplice nudità, neanche così vulnerabile o visibilmente martoriato (almeno per questo spettacolo). Ostentato invece, come propria armatura, dove i tacchi diventano un artificio bellico e anche i jeans (che infatti servono per uccidere).


Una densità carnale in movimento senza volti, e neanche maschere. Facce di carta per confondersi sopra un insieme di pezzi di carne già di per sé indistinguibili, vomitati dalla nostra immaginazione, frammentata per sussulti, brividi, apnee. Una presenza ostile che invade lo spazio. Un’ipotesi sessuale di evoluzione emotiva. Una composizione di organi vitali lasciati a terra a pulsare sangue fra le cose. Senza parole, perché il limite relazionale è la carne, perciò oltre la comunicazione. La carne è ciò che frappongo tra me e te, ancora prima di spiegarmi (perché non ho nessuna voglia di parlarti, né speranza di raccontarti). E il suo movimento è per questo fuori da me, fuori da te, fuori dal nostro sentire, un sentire che è diventato astratto, fenomenologico, benché tu e io ne rappresentiamo quello stesso strato pulsionale condiviso, com’è la mia pelle, la tua pelle, in questa giustapposizione collettiva di corpi.



Il corpo e la morte sono insistentemente compresenti, l’una nell’altro. E la vita? È in negativo: è quel sogno che ho abbandonato perché non ne ho voluto il tempo; tradito, perché è stato più facile vivere in un sogno non mio; dimenticato, perché altrimenti avrei sanguinato ancora, per ogni ricordo di fallimento.



Oltre la rappresentazione c’è la realizzazione scenica. Corpi che corrono, come nei flussi di una città imprevista; al buio, come sopraffatti da eventi disastrosi; fermi alla luce del neon, come negli ospedali senza più umanità. Avanzano in processioni, idolatrati come per ogni culto, con l’uso della bocca e della lingua per ogni ideologia. Si aggrappano l‘un l’altro come granelli di sabbia bagnati dal mare, si agitano in vortici tumultuosi come gli insetti o gli uccelli che anneriscono la terra ed il cielo. Si addossano come massa critica (una soglia quantitativa minima oltre la quale si vorrebbe pure ottenere un mutamento qualitativo) ...solo per respirare insieme. Restare in piedi. E vengono in mente altre performance del nostro tempo: la scrittura sui corpi (“corpi consacrati alla scrittura” com’è nel bodypainting, com’è l’uso di bisturi su corpi freddi, noir!). Ben oltre la fotografia ed il video. L’esibizione del corpo è dal vivo e in movimento, anche se è morto, ed è così a ben vedere per ogni espressione artistica contemporanea.



L’uso del corpo come installazione (oltre perciò le posizioni in cui lo arrestiamo), dove la nudità è concettuale, oppure in rapporto con lo spazio, anche insolito, perciò non semplice analogia. Espressione di un pensiero complesso invece, moderno. “Atti sospesi di persistenza affermativa”, “suggestioni in installazioni sospese tra canoni greco-romani ed estetica futurista” (com’è per le installazioni di “The Humping pact” di Diego Agullo e Dmitry Paranyushkin). Per il teatro viene in mente anche il Physical Theatre di Lloyd Newson. Ma vengono in mente anche i cadaveri plastificati (plastinati) di von Hagens, i cadaveri/sculture di macabra provenienza per il “Body worlds”. Oltre perciò Pasolini, dove il corpo è ancora verbo, cristianizzazione, seppure in degrado e de-composizione.



Con Ricci e Forte il tema persistente è il consumo (il consumismo), perché la morte è consumo (consumare, consumarsi), e così l’esistenza, da supermercato, dove la relazione è fatta di feticci, giocattoli, di rinunce spirituali. Le emozioni sono cercate "sottraendo" le parole. E per questo le parole poche usate sono necessarie, attimi di dolore intenso volutamente amplificate dai microfoni (il post-moderno è tecnologia). E questa morte di corpi vivi, abbandonati a se stessi, è però ancora "spiegabile", almeno nella misura in cui è ancora possibile comprendere! Tutti ci immedesimiamo. E ogni ferita è autolesionismo. L’autolesionismo come modalità collettiva. Ripetuto per imitazione. Non quindi una reazione soggettiva, seppure estrema (sarebbe positiva!?), dell’individuo alla violenza relazionale. Bravissimi davvero tutti gli attori. La musica è l’energia dello spettacolo, La regia: un immaginifico sconvolgente.


29 ottobre 2012
Articolo di
nostoi
Rubrica:
Teatro


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