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Ronconi/Gombrowicz e la questione della Forma (teatrale)

Ronconi/Gombrowicz e la questione della Forma (teatrale)
di Chiara Merlo

Basta con la giovinezza dolce e semplicemente graziosa! Qui si trattava di creare un'altra giovinezza, permeata in modo tragico dalla presenza nostra, degli adulti

Witold Gombrowicz
(16 aprile 2014) Cosa ci sia di teatrale in questo romanzo campagnolo polacco, “Pornografia” di Witold Gombrowicz, Ronconi lo sa bene: la parodia della Forma.

Il teatro è Forma e Rito, ripetizione dell’accadere, finzione del vero, rappresentazione simbolica dell’esistenza, contenitore di emozioni e concetti, percezione fenomenologica. Ma è anche il non irrigidito in una Forma: esperimento.

Nel suo “Testamento” (intervista), del resto, l’ultima opera scritta prima di morire, nel 1968, Gombrowicz ci spiega esattamente come ha inteso utilizzare la Forma (la più conosciuta, quella tradizionale) per veicolare il nuovo. E così ci dice: «[...] non dimenticate, per favore, che in me la Forma è sempre la parodia della Forma. Me ne servo, ma ne evado. Io cerco il legame fra questi generi letterari di un tempo, che sono leggibili, e la più nuova, l’ultimissima percezione del mondo. Trasportare il contrabbando più attuale in vecchie carriole [...]»

Me ne servo, ma ne evado. Trasportare il contrabbando più attuale in vecchie carriole. E Ronconi segue il consiglio: usa le carriole. Eppure non interpreta del tutto. Nella sua parodia (della parodia), evasione dal reale (e dal teatrale), il simbolico diventa a un certo punto addirittura intollerabile, porno-grafico del porno-grafico, ma non ad uso dell’ultimissima percezione del mondo. Fine a se stesso, non il grottesco che ci tira fuori da una banalissima e assai monotona descrizione (grottesco soltanto a tratti, per il resto ripetizione). Perciò noiosissimo, in eccesso, oltre un certo tempo insopportabile (perché di quei contenitori non si doveva abusarne così, seppure questo si voleva per scardinare il senso di una narrazione). Il risultato: la saturazione.


Ha tra l’altro dimenticato, Ronconi, (questo ci pare) che in quella frase, appena citata, l’autore magnificamente spiega che quei “generi letterari”, che sono di un tempo, e da egli usati, «sono leggibili»! Devono esserlo! Ed è per questo che infatti egli li usa, come contenitori conosciuti, simboli condivisi, ma solo per trasportare nuove intenzioni.



E invece il regista se ne approfitta per erudizione, e quel suo lavoro di trasposizione drammaturgica, certo meticoloso (com’è sempre), raffinato e destinato a una perfezione scenica complessa, ma in esecuzione, seppure stratificata, non coinvolge gli spettatori (che diventano insofferenti, ma senza reazione: si rifugiano nell’iPad tirato fuori dalla borsetta, altro esempio di irriducibile ossessione).



Con la persistenza di quella descrizione/ripetizione asfissiante di un testo, l’immaginazione svanisce, non c’è tensione. Pornografia. Eppure Gombrowicz vorrebbe non ci arrendessimo a un’evidenza così ricattatoria.



Gli attori sono eccellenti, ma non respirano. In mente solo il concettuale, l’ipotesi, l’intuizione, che non è stata però del tutto rielaborata. O forse il contrario, è stata anche fin troppo manipolata.



Ogni personaggio tirato fuori da quel libro narra se stesso ma in terza persona, leggendo se stesso nelle pagine della sua vita in modalità imparziale, perciò inespressiva (voluta). Solo lo scrittore e il lettore del romanzo (Witold e Federico), trascinati in scena come i due voyeur, guardoni rispetto agli altri, possono, a loro è concesso, interagire e mettere in campo le loro più sordide intenzioni, stati d’animo, ma come fossero anch’essi di un’altra dimensione, lontana dalla nostra in sala. Forse quella più intima del ragionare di un romanzo, letto dentro una stanza chiusa, per sovrapporsi alle parole scritte, e poi a voce alta semplicemente corrisponderle.



Ma in questo modo ci è stato tolto proprio il piacere della lettura, di quella vocina interiore (qui tirata fuori a forza) che spesso ci affianca a spiegarci cosa stiamo leggendo, magari isolati dal resto e da tutti. Tolto allo stesso modo il piacere della visione/percezione teatrale, ogni volta unica per sé, cioè quella che ti trasporta in nascondimento dentro al dialogo e nella relazione anche solo intra-vista, in scena e nella tua vita. Il tutto resta davvero pornografico, soltanto praticabile in passività. Era forse questo lo scopo che si voleva raggiungere? La lettura della lettura, della lettura?



Eppure il guardone che era e resta in me non ha saputo approfittare della vicenda, mentre questo ognuno avrebbe potuto fare, seppure con il supporto scenico del contesto.



Se fornisco le pagine di un libro per immagini e per cornici (frame), non è detto che io riesca anche a stabilire che il lettore/spettatore debba poi seguirne forzatamente il percorso scelto, quello cioè fatto da me, con i miei simboli e le mie proiezioni, tra l’altro espressi come dovessero essere già accertati. Neanche se insisto, ed insisto, perché in quella direzione il senso poi venga alla fine facilmente appreso. Il modo per entrarci dentro è interpretare. I simboli sono tali nella misura in cui vengono inter-agiti. L’inganno perciò è questo, ed è il pericolo più incombente: ridurci a guardoni di una lettura, senza darsi e darci la possibilità di una interpretazione.



Le trame del pornografico sono sempre le stesse e ininfluenti, è vero, ma è il meccanismo del teatro che avrebbe dovuto funzionare meglio al discernimento. E il meccanismo non ha funzionato del tutto, se non soltanto nel ribadire cosa appunto debba intendersi per pornografico. Tre ore e un quarto per convincercene. Convincerci naturalmente che anche il teatro è pornografico, così come la scrittura. Ma questo è disquisitorio. Soltanto un’operazione di stile, e anche farraginosa. Contro ogni poetica suggerita.



Volessimo invece solo usare il racconto come unico messaggio da convalidare (certo solo dopo aver scarnificato e in parte eliminata questa sovrastruttura registica elucubratoria e ipersignificante): lo scrittore e il lettore decidono il destino dei due giovani protagonisti di questa storia, Enrichetta e Carlo (così chiamati qui nella pièce). Quei due subdoli complici desiderano a tutti i costi che i due giovani si accoppino fra loro, e con ferocia, con veemenza. E questo nel mentre intorno c’è la guerra, e la borghesia sta decidendo del loro futuro, guerra e resistenza che si accordano per ritornare alla conservazione. E quelli inconsapevoli cercano il loro piacere altrove, non dimostrando quella reciproca passione, come invece vorrebbero Witold e Federico, secondo modalità un tempo dagli stessi forse sperimentate, che solo a rievocarle diventano liberatorie di frustrazioni e abiezioni comuni.



Scrittore e lettore, in completa sintonia fra di loro, a immaginare quella stessa scena di passione/copula, che per quanto bramata invece non si realizza, cercano allora come ultima possibilità di esaltazione corrisposta il delitto e la violenza, che alla copula si sostituiscano (e che più di quella adesso possano affrancare e rigenerare). Vogliono insomma a tutti i costi procurarselo quell’amplesso de relato, anche a rischio di annientarla quella giovinezza così invidiata, così ambita e oramai irraggiungibile, e più se l’immaginano più ci godono, erotomani, addicted, che insistentemente si cibano di quel sesso ipotizzato così iper-agito. E come del sesso, della carnalità della morte cui tutto aspira.



Questo perché la giovinezza è solo un’idea che hanno i vecchi, i già vecchi, e di quella vorrebbero per guizzo ancora scandalizzarsi: godersi, saziarsi, in immagini perverse di copulazioni (im)previste, immaginarsi giovani proprio come i vecchi vorrebbero ancora per sé immaginarsi. Ma la giovinezza è per se stessa come vuol essere, per il tanto che dura, ed è solo quando si piega al concettuale, all’immaginifico di chi più giovane non è, che invece si diventa adulti, e per questo anche corrotti.



La giovinezza non può immaginare se stessa (seppure attraverso un testo), e così il teatro. Il nuovo è nuovo, e non c’è necessità di volerlo tale.



Visto a Roma al Teatro Argentina


16 aprile 2014
Articolo di
nostoi
Rubrica:
Teatro


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