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Il Gabbiano di Cechov, uno studio degli allievi dell’Accademia “Silvio d’Amico”

Il Gabbiano di Cechov, uno studio degli allievi dell’Accademia “Silvio d’Amico”
di Chiara Merlo

"Una giovane donna vive tutta la sua vita in riva a un lago.
Lei ama il lago, come un gabbiano, ed è felice e libera, come un gabbiano.
Ma per caso arriva un uomo, e quando la vede la distrugge, per pura noia. Come questo gabbiano"
Anton Cechov
(24 giugno 2014) Uno degli aspetti più interessanti di questo spettacolo è proprio il capovolgimento scenico nella prospettiva degli spettatori, che, per l’appunto, vengono direttamente fatti accomodare sul palcoscenico con una visione per loro del tutto nuova e unica di guardarsi dal di qua della platea, lasciata perciò vuota di fronte, che, con l’effetto delle luci, dall’alto di quei sedili messi a gradini confinanti con le quinte, sembra proprio un lago, quel fondale semibuio, grazie anche alla forma circolare a cappella di questo davvero magnifico Teatro appena restaurato di Villa Torlonia qui a Roma.

I personaggi salgono e scendono dai posti in sala e ci vengono a trovare, noi lì fermi per non disturbare. Ma le voci, più vicine, ci disorientano in quella sospensione di senso così voluta. Dovremmo e vorremmo essere invisibili, messi in mezzo a quella storia proprio lì sulla scena proprio dove accade, e invece ci sentiamo implicati, compromessi, e inopportuni. È perché sono i suoni, oltre alla visuale così ravvicinata, a farci precipitare in quello spettro dell’accadere. Noi, pur rimanendo rigidi e controversi, partecipiamo come fossimo i protagonisti. Insomma una quarta parete forzatamente traslata, perché sembri geometricamente più tangibile. Alla fine, consapevoli di dove siamo, ci facciamo immergere nelle nebbie esistenziali di quel copione. I personaggi: uno scrittore, un drammaturgo, un’attrice famosa e una giovane aspirante. Rispettivamente Trigorin e Trepilov, Arkadina e Nina. Trigorin sì innamora di Nina, e Nina di Trigorin, Trepilov, figlio di Arkadina, compagna di Trigorin, anch’egli si innamora di Nina. Insomma, tutto è come al solito un po’ complicato! E tutti che si innamorano di quella giovane attrice così piena di desiderio, metafora del ricambio generazionale e della passione non ancora perduta (che pure prima o poi si perderà!). Ma la trama la conosciamo, più e più volte rappresentata in tutto il mondo. Riconoscibile anche per quel suo schema avanzato di teatro nel teatro (e anche per quei suoi riferimenti impliciti alle delusioni del giovane Amleto di Shakespeare...) ben visibile qui, con questa, diciamo, “logistica” della scena. Spinti perciò a giudicare noi stessi e le nostre aspirazioni involontariamente portati così nel centro.


Molti del resto sono gli aspetti ben evidenziati dai giovani attori dell’Accademia, in particolare: il conflitto fra lo scrittore e il drammaturgo, tra la scrittura e la drammaturgia, oltre l’oggetto amato, per visioni opposte di rappresentazione e racconto, e quello tra Arkadina e Nina, che si dispongono oltre il vecchio e il nuovo teatrale, in un conflitto che però forse oggi non ha poi più tutto questo senso. Cosa spinge infatti una giovane attrice (un giovane attore), in un tempo così nefasto per il teatro, a sperimentare se stessa (se stesso) in quel gioco perverso che è l’Azione teatrale, a fronte di già riconosciuti, fin troppo celebrati, e adesso fallimentari, schemi di rappresentazione, che puntano in ogni caso alla conservazione invece che alla rivoluzione, proprio qualora venissero proposti per continuazione proprio dai più giovani?! Come si rimane freschi ed eversivi nonostante le imposizioni di senso?! Come si rimane gabbiani, liberi e vitali su un lago fermo e putrido?! Forse si viene uccisi?! Per noia. Ma il paesaggio è bellissimo.



La risposta è proprio nella scelta di questo testo. E se questi ragazzi stanno così attenti alle tecniche recitative, un po’ troppo impostate forse, è ben chiaro che intendano salvaguardare quel quid che ogni volta rigenera e ci rigenera (grazie!). Il desiderio, il desiderio di volare sopra le cose ferme.



Questi giovani attori desiderano teatro, e si vede, e col testo spingono per un cambiamento, smontandolo da dentro, com’era previsto del resto in quel suo stesso impianto originale: scardinare le vecchie regole. Un testo fischiato alla sua prima. Un testo non capito, e adesso ancora una volta leitmotiv del passaggio in avanti.



E per questo poi ci ridono su, con la sovrapposizione di quell’altro brano divertente e surreale: “L’anniversario”. Una girandola di fraintendimenti e malintesi, irrigidimenti e prese in giro. Come per non prendersi sul serio, pur consapevoli della serietà che in ogni caso serve a diventare dei bravi interpreti.



E bravissimi davvero tutti questi giovani interpreti esordienti, qualcuno a dire il vero un tantino di più. Per “Il Gabbiano”: Samuele Potettu, allievo regista, gli interpreti Lavinia Carpentieri, Edoardo Coen, Diletta Masetti, Antonio Orlando, Xhuljo Petushi; e per “L’Anniversario”: Carola Ripani, Daniele Carta Mantiglia, Francesco Russo, Errico Liguori, Flavia Mancinelli.



Visto l'11 giugno al Teatro di Villa Torlonia


24 giugno 2014
Articolo di
nostoi
Rubrica:
Teatro


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