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Forme di manipolazione TRANSitorie

Forme di manipolazione TRANSitorie
di Chiara Merlo

Le masse vogliono apparire anticonformiste, così questo significa che l'anticonformismo deve essere prodotto per le masse
Andy Warhol
(14 settembre 2014) Questo spettacolo di Teatri di Vita di Bologna, “Delirio di una Trans Populista” di Andrea Adriatico con Eva Robin’s, mette in scena l’impossibilità di un Io non tirannico attraverso tutte quelle matrici emozionali individualistiche che in questa impossibilità trovano il significato di ogni abuso e violenza operati sull’Altro.

Ed è in questa visione assolutistica del proprio modo di sentire che anche le minoranze sembrerebbe debbano tentare di sperimentare un atteggiamento aggressivo e totalitaristico, cioè nella speranza di far valere in questo modo proprio quelle cause individualistiche all’esistenza, irrinunciabili perché istintive, altrimenti soffocate in una solitudine emarginante e marcescente.


Le parole sembrano quelle femministe di matrice marxista usate in modo provocatorio e crudo, crudele, dalla scrittrice austriaca Elfriede Jelinek, che le usa con l’intenzione viva di interrompere quel meccanismo culturale sociale, eppure vincente, che ha distrutto e purtroppo continua a distruggere persone a favore di visioni consumistiche e capitalistiche di sistema (consapevoli che ogni concetto contro capitalistico inizialmente puro sia stato fino ad oggi ugualmente brutalmente abusato, e invece finalizzato a lotte contemporanee fintamente di contro - sistema, al contrario di sotto - sistema, che perciò rassicurano la continuità, seppure in apparenti ipotesi anche diffusamente condivise di pseudo-conflitto).



Qui la provocazione diventa volutamente un eccesso, una presa di potere addirittura dei soggetti più deboli (che si riprendono “i mezzi”, quelli appunto manipolatori, mediatici e della comunicazione),  ma che non sanno far altro che usarli “nuovamente” per sopraffare.



Seppure fino ad oggi violentanti ad uso di uno schema conservatore mai ancora realmente e realisticamente messo in discussione, il loro ribellarsi aspira a diventare un monologo ugualmente delirante di potere e prepotere, di successo ma senza significato, ridicolo, com’è ridicolo ogni potere, eppure ancora preoccupante, e con le stesse conseguenze terribili: soffocare le diversità. Un comizio politico che vorrebbe convincerci che l’unica rivoluzione possibile sia ribaltare, ma appunto con gli stessi metodi di forza, l’asimmetria relazionale fra soggetti piegati e soggetti da sempre abituati e incoraggiati a piegare per un ideale di superiorità che ormai dovrebbe apparirci davvero incomprensibile.



E diventa sostanzialmente una questione di linguaggio. Parlare quella stessa lingua, quelle stesse parole, quegli stessi movimenti del corpo, ma stavolta per veicolare altri contenuti. Eppure i contenuti diventano ininfluenti, perché è il modo che ritorna ad essere “vincente”, aggressivo e violento, perciò “fisicamente”, “verbalmente” sovrastante, predominante, coartante, opprimente.



Lo scopo non è perciò quello di esaminare una società manipolatoria e massificante per sottrarvisi, mettendo in atto magari modalità nuove relazionali, sociali orizzontali, ma invece immedesimarsi nel ruolo gerarchico di chi può dimostrare con la forza di avere più ragione, giustificato stavolta dall’essere manipolatorio per una causa giusta! È questa una critica alle sinistre e ai sistemi di sinistra puntualmente falliti una volta al potere, e per quella stessa ansia di predominio sinteticamente ideologico.



L’operazione teatrale tentata è veramente di pregio, da leggere però a strati, rifiutando pertanto la stessa idea messa in atto come soltanto provocatoria. È invece una forzatura necessaria, una parossistica riflessione sui confini stabiliti e sui padroni, in una gerarchia ordinata che fa funzionare le cose esattamente come “funzionano”, e come devono funzionare.



I sani e onesti costumi nazionali diventano quelli di “tutti”, ancora una volta, dove il “tutti” viene messo spesso e convintamente in netta contrapposizione con il “molti”, e non a caso. “Tutti” esclude ogni diversità possibile, “molti” incoraggia un pensiero discriminatorio: il passaggio da molti a tutti richiede un atto di forza tirannico che in questo tempo è dato proprio, ancora una volta, da una perversa comunicazione dell’Io.



Partire dagli schemi linguistici che strutturano la nostra cultura deve servire, anche attraverso questo pezzo teatrale, a distinguere l’inautenticità delle parole, la violenza mascherata dagli stereotipi, anche quelli nuovi però, e perciò non ancora del tutto riconoscibili.



Jelinek cerca di cogliere il mondo nella sua fenomenologia sonora, e anche Adriatico, perché le parole sono simboli e sono maschere, e subdolamente ci piegano e ci convincono. Qui la cultura di massa mette in relazione anche l’arte con la politica, rilevando, o non rilevando, quanto la prima sia miseramente asservita (anche quella di sinistra, quella cioè che si spaccia insistentemente come libertaria).



La riduzione dei personaggi a voci stereotipate, perciò, e a movimenti ripetuti e sempre ripetibili, lancia questo allarme ancora un po’ troppo sottovalutato: è la nostra forma (anche quella artistica) a non lasciarci speranze, la forma del pensiero come quella emotivo relazionale. Perché un altro aspetto molto bene messo in evidenza dalla Jelinek, e anche da Adriatico, è quello comunicativo interrelazionale, quello psicologico, dove le emozioni, anche quelle, sono fin troppo stereotipate e legate assolutisticamente ad un corpo (pure quello tragicamente stereotipato) che tenta di mutare e invece non muta.



Così il tema dell’erotismo, anch’esso, viene collegato alla sopraffazione dell’Altro, dove la carnalità diventa sempre una facile giustificazione per argomentazioni neo-scientiste.



La scena si apre con una polka ballata con passi militari per raggiungere un piedistallo di paglia dove agitare una falce, la paura esercitata della morte, e un forcone, la paura esercitata della violenza. Sotto a quel piedistallo un esercito di donne con la barba che ripetono il gesto all’infinito per una continuità spersonificante dell’essere. Ogni tanto però ballano fuori dagli schemi (perché ballare è sempre fuori dagli schemi), ma poi in sottofondo riprende il comizio con la stessa voce dal vivo e di seguito registrata, e tutto ritorna vuoto, alienante. Tutto è bianco e nero, tutto è travestimento, tutto è finto, a cominciare dalle parrucche distribuite fra i partecipanti, con allegato però un volantino: “questa volta VOTA TRANS” (che significa: “passaggio”).



Visto l'11 settembre al MACRO - La Pelanda (rimessini) ROMA, all’interno della rassegna Short Theatre 9 - La rivoluzione delle parole


14 settembre 2014
Articolo di
nostoi
Rubrica:
Teatro


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IL LUOGO - La Pelanda



SITO Short Theatre 9



SITO Teatri di Vita



TRAILER "Delirio di una Trans populista"



Andrea Adriatico (regista)



(Eva Robin's)



ATTORI: Eva Robin's, Saverio Peschechera, Alberto Sarti, Stefano Toffanin



LA MUSICA:  Conchita Wurst "Rise Like a Phoenix"Mina "Ancora, Ancora, Ancora"; Loituma - "leva's Polka"


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