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La violenza. Quotidianamente.

La violenza. Quotidianamente.
di Chiara Merlo

"Il pazzo non è l'uomo che ha perso la ragione.
Il pazzo è l'uomo che ha perso tutto tranne la ragione"
Gilbert Keith Chesterton
(10 gennaio 2015) "Storie pazzesche", il film di Damian Szifron, presentato da Almodovar al Concorso del Festival di Cannes 2014, girato in Argentina (il cui titolo originale è "Relatos salvajes", e sarebbe stato meglio forse tradurlo in "relazioni selvagge"), è un esempio di thriller comico "pazzesco" da cui non troppo facilmente ci si affranca. Da invocare in quelle ripetute, liberatorie, visioni quotidiane di riscatto e vendetta, ogni volta soffocate dal nostro invincibile Super Io.

E si, perché i sei corti di cui si compone trattano di episodi comuni, sicuramente già successi nelle nostre vite banali, sacrificali, ma a cui certamente non abbiamo saputo dare gli epiloghi che avremmo voluto (e che il film invece esegue secondo i nostri più intimi desideri più ruvidi, più cupi, più melmosi), risolvendo ogni nostra tipica frustrazione come solo l'abile sceneggiatore ha saputo risolvere, certo con l'aiuto di una regia davvero geniale e molto suggestiva. Fotografia e musica...pazzesche! (Mi viene il dubbio che il termine "pazzesco" usato nel titolo sia stato usato per l'entusiasmo di chi l'ha tradotto dopo averlo visto, perché anch'io adesso provo la smania di abusarne in questo commento!)

L'imperativo per ogni fatto di prevaricazione: liberarsi dell'autocontrollo, fare dell'autodeterminarsi uno schema vendicativo dagli ottimi risultati, lasciarsi soddisfare da una giustizia fai da te (si!), anche se poi ci tocca morire per uno screzio fra automobilisti (ma chi se ne importa! la vita va vissuta per una causa), cioè usando quella stessa violenza subita e con la stessa prepotenza, anzi di più. A vincere stavolta. E basta con l'essere civili!


Non tenere ferma la tua civiltà come un'astrazione, liberala, superala, con tutti gli istinti finora frustrati di giustizia che provi, con tutta la forza individuale che hai per ribellarti, anche a costo di violare tutte le regole che ti imbrigliano. Anche se in bestialità. Reagire (che non è resistere!). Sempre. Anche quando ci sembra uno sproposito e forse a un certo punto avremmo dovuto fermarci. Scardinare ogni meccanismo di autogestione e di controllo per ribaltare lo schema carnefice-vittima, interrompendo in maniera, stavolta davvero definitiva, anche se altamente "scorretta" (a dir poco!), i vari processi di vittimizzazione a causa dei quali, in questa nostra società, abbiamo eletto a stato d'animo collettivo, condiviso, partecipato, l'annichilimento, l'annullamento di ogni nostra viva emozione/disapprovazione. Allora, vivi! Non importa se per poco tempo. E sopra-vvivi!



I nuovi margini della ribellione individuale rappresentano una concezione reattiva dell'esistenza che mai più ci pieghi all'oppressione (e a tutti quei piccoli tiranni che c'abbiamo intorno). Neanche a quella spicciola. Quante volte vi siete detti "gli tirerei un pugno a questo che mi mette ogni volta la macchina in doppia fila", e poi non l'avete fatto perché siete "migliori". E nessuno nel frattempo vi ha difeso. Bene, rinunciate a sentirvi migliori e ad aspettarvi che gli altri vi difendano, e buttatevi nella mischia, che vinca il peggiore! Oh! La violenza come unica soluzione alla violenza.



Comincia con un viaggio aereo dove il pilota ha regalato anonimamente i biglietti di quel viaggio a tutti i suoi nemici (un aereo pieno, con anche le hostess scelte non a caso), con tutte quelle persone (interiorizzate) che lo hanno fatto sentire uno sconfitto, un fallito, un segaiolo, un perverso, un impresentabile musicista, uno di cui vergognarsi e con cui non condividere niente, un amante sfigato, un paziente impossibile, un figlio da mortificare. Non vi dico come finisce...ma muoiono tutti. Non fate mai del male, prima o poi ne riceverete il doppio.



Il secondo episodio è terribile. Un cafonazzo (quanti ne conosciamo?), con macchinone nuovo, fa il figo su una strada provinciale dal paesaggio mozzafiato. Naturalmente, su quelle strade deserte e panoramiche, finisce che incontra una macchinetta tutta sporca, un "cascettone" di motore che davanti gli ostruisce il passaggio. E allora comincia insofferente a stargli alle costole superandolo infine a destra (avete presente quelli che vi lampeggiano sulla corsia di sorpasso sulla Sa-RC? O siete voi? E poi fanno a zig zag?!). Ma mentre lo supera, non contento, lo apostrofa nel peggiore dei modi. Certo non con "l'eleganza" della macchina che guida. Abbassa il finestrino e lo offende. Come si era permesso quello zotico a impedirgli la strada!? Il lavoratore, tutto sporco, com'è la sua macchina, non batte ciglio. Poi però il vile cafonazzo ("vile" e "cafonazzo" sono "attributi" che vanno sempre insieme) ha un problema con una gomma ed è costretto a fermarsi sul ciglio di un burrone...



Il terzo episodio è il più pulp di tutti. Capita in un ristorante deserto, di terz'ordine, un usuraio, e proprio la cameriera di quel posto lo riconosce perché ne è stata vittima in passato (di quella cattiveria, l'usura, perpetrata con freddezza, e solo per il gusto di avere tanti soldi a scapito degli altri). I genitori si sono suicidati e tutti i suoi progetti di vita sono falliti. Rovinata fin dall'adolescenza. Ora, schiava in quel posto, abbrutita e sola, vorrebbe pure vendicarsi! Quale migliore occasione! Ma ha ancora qualche ripensamento. La cuoca, truce e volgare, delirante, come la maggior parte di questi personaggi, sposa quel pensiero di vendetta e si immagina sua giustiziera (proprio come in un film western), così suggerisce di usare il veleno per topi. Alla fine lo usa, all'insaputa della giovane non ancora convinta...ma il veleno è scaduto (funzionerà meglio o peggio?!). Intanto in quella bettola entra anche il figlio dell'usuraio, e la giovane donna, proiettando quel suo stesso dolore subito, vorrebbe salvare almeno lui da quell'ultimo pasto. Ma la cuoca, intenzionata a finirlo il ceffo, non se ne preoccupa. La scena è da splatter americano, certo nella versione kitsch e più grottesca tipicamente almodovariana.



Il quarto episodio è il più liberatorio. È il sacrificio della propria irreprensibilità, integrità morale, per un'idea, un'idea giusta, collettiva, di società. È il sacrificare l'immagine di sé, il proprio modo di essere, sempre corretto e secondo le regole condivise, tradendo la propria condotta di sempre, pur di realizzare un'utopia nuova. Il sistema è tutto viziato, guasto, per farlo funzionare nuovamente è necessaria una battuta d'arresto. Contro nessuno in particolare, gruppi politici o altro. Semplicemente contro il sistema così com'è. E decido di essere proprio io perciò un bombarolo, a fermare le ore e il tempo di un ingranaggio mal funzionante. In realtà è un ingegnere che si occupa di far esplodere ecomostri. Alla stessa maniera decide di risolvere una questione di "spicciola" ingiustizia quotidiana, eppure emblematica, e con lo stesso principio: procurare un annientamento, un azzeramento necessario per la ricostruzione. E infatti, pur finendo in galera (senza aver ammazzato nessuno), recupera tutta la sua vita e i suoi ideali, ribaltando ogni posizione relazionale e sociale di sopruso. E semplicemente muovendo in solitudine, con un clic.



Il quinto e il sesto sono i più brutti, i più amari, i più cinici. Il quinto è sulla ricchezza che compra ogni cosa (e a ogni cosa toglie valore), il sesto è sull'amore tradito.



Nel quinto episodio un ragazzino di una famiglia ricca investe una donna incinta all'ottavo mese, e scappa. Il padre del ragazzino insieme all'avvocato tentano di far risultare come colpevole il giardiniere della villa, seppure consenziente, e che per un pugno di dollari accetta l'infame proposta. La trattativa si allarga anche al Pm, così tutto diventa davvero squallido e desolante, specialmente il rapporto di questo ragazzino con la madre, ché vorrebbe prendersi le sue responsabilità. Sono certamente le madri che hanno rovinato le future generazioni. E anche qui finisce in modalità bestiale.



L'ultimo episodio è quello che mi ha fatto più male, è sulla cultura maschilista e sui matrimoni. La scena si apre con una grande festa dove tutti sguaiatamente ballano ad un matrimonio, piraña delle emozioni. E mentre tutti già sanno, è soltanto in mezzo al ricevimento che la sposa si accorge che il marito la tradisce da tempo con una sua collega di lavoro. Tacita violenza approvata. Vestita di bianco, spegne quel suo sorriso di ingenua e scappa sulla terrazza dove comincia a piangere inconsolabile. Arriva lo chef col suo pennacchio che la vede piangere, le si avvicina e le dà il consiglio che le avrebbero dato certamente tutti in quel momento di imbarazzo: "succede, succede a tutte" (non le dice: incazzati, eviralo, fagliela pagare, come forse avrebbe fatto fosse successo allo sposo, le dice invece: sopporta! È normale, è comune!) e la invita a piangere e a sfogarsi, e poi a riprendere la sua vita matrimoniale appena cominciata come se niente fosse successo, avrà altri tempi e altri modi per rifarsi! Lei allora comincia a baciarlo e a farci sesso, sporcandosi così il vestito appena strappato. In quel momento arriva il marito con un amico che, offeso davanti a tutti, si sente male. Lei quindi lo minaccia di non separarsi e di tradirlo ogni giorno del loro matrimonio. Lui impazzisce solo all'idea, e la festa si trasforma in una enorme rissa, dove l'amante di lui viene infine scaraventata dalla sposa su una bellissima vetrata messa lì a posta. Tutto è sangue e briciole di torta nuziale. E la madre di lui che lo consola per la sventura che gli è capitata, di aver scelto una donna così pazza (d'amore)! Tutti ne prendono le distanze e lei, scapigliata e insanguinata, ricomincia a piangere come fosse sola. Lui la vede, un po' così sconfitta, un po' così eroina, e gli riprende l'eccitazione. Finiscono sul tavolo nuziale a far l'amore davanti a tutti. Esattamente come è nelle migliori scene di matrimonio che conosciamo. Dove più spettatori ci sono, più la farsa riesce!



Queste sono solo le trame, ma è come la violenza evolve e si sparge intorno che è interessante. Sono gli epiloghi che fanno la differenza nelle nostre vite. Consiglio questo film come uno dei più belli e amari ultimamente visti. Raccontato con intelligenza e ironia, con cattiveria e spirito di conservazione.



C'è un ultimo dettaglio che lo fa davvero pregiato. I personaggi all'inizio del film vengono rappresentati come gli animali più feroci, o i più innocenti, della giungla del nostro tempo.


10 gennaio 2015
Articolo di
nostoi
Rubrica:
CINEMA


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