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Ancora. Ma com'è morto Stefano Cucchi?

Ancora. Ma com'è morto Stefano Cucchi?
di Chiara Merlo

La morte è il male più grande, perché recide la speranza.
William Hazlitt

Perché il male trionfi è sufficiente che i buoni rimangano in silenzio.
Edmund Burke
(13 gennaio 2015) Con azioni od omissioni? Transitato in questo mondo non avrà più modo di dirci quanto per lui sia stato ingiusto. Arrestato è deceduto. E ancora indagini nel vuoto di una cella.

Agenti. Condizioni di lavoro aberranti. "Carcerieri" spesso omertosi che non riescono a gestire quella loro stessa prigionia, per un incarico deprivato di ogni prospettiva sociale, in una relazione pubblica che è destinata soltanto a essere violenta? Etichettati. Da sempre. “Guardie” e “Secondini”, nell’impossibilità di superare questa valutazione ideologica (interiore). Appunto, relazionale. Accuse che concretamente non hanno alcuna speranza di essere smentite? Dovrebbero essere di “custodia”, non violenti. Polizia Penitenziaria!
Il “trattamento” nella pena ha un senso, e quel ruolo di polizia penitenziaria nel corso della pena (e a maggior ragione prima che la pena venga comminata) ha una sua funzione davvero importante. Non l’ingrato compito di “sorvegliare” (da Foucault), ma di "difendere". Anche i colpevoli.

Sono forze dell’ordine, armati, polizia giudiziaria (essi stessi investigatori!) che più della sicurezza e della pericolosità possono percepire la prossimità e le "ragioni personali" del crimine, e non farsene carico, certo, nessuno glielo chiede (come nessuno chiede ai medici di farsi carico della malattia di un malcapitato!), ma osservare, e, se davvero capaci e competenti (e ci sono, ce ne sono tanti), come osservatori prossimi del comportamento, contribuire a "decidere" delle sorti, lungo il percorso del processo, e nella fase dell’esecuzione di ogni condanna, anche sotto la supervisione di educatori e psicologi: partecipare del futuro secondo giustizia, occuparsi così anche di chi ha commesso un delitto seppure grave. Soltanto con il loro esserci, esserci a presidio dei condannati (figuriamoci di quelli ancora non condannati!), e non banalmente della sicurezza (concetto spesso distorto, abusato), preoccuparsi dei diritti di tutti, fare cioè col proprio mestiere, oltre gli schemi utilitaristici, un lavoro che sia di prevenzione e di integrazione sociale.


Il caso: drogarsi smodatamente. Drogarsi più di mangiare, perché mangiare non a tutti dà lo stesso sollievo. Eppure: stessa dipendenza diffusa, stesso disagio sociale. Anoressico invece. Perciò ancora più instabile di un tossicodipendente.



Goffamente giudicato dalla gente comune, col luogo comune della tecnologia touchscreen, uno schermo dove presto tutto sparisce e tutto è in mutazione, basta un tocco, davanti a una televisione fonte di calore che ci dà le ricette e gli ingredienti per vivere ogni giornata non troppo intensamente, con immagini in flash player (se le parole sono significanti) per credere (oppure no) ad impulsi, alla violenza e alla cattiveria dei più forti, e per sospettare, oppure no, ad impulsi, della cattiveria e della violenza dei più deboli. Qui il ragionamento si fa perverso.



Un tossicodipendente merita di essere picchiato? Forse perché sotto l’effetto degli stupefacenti provoca? In questo modo precipita l’ira funesta di chi è dalla stessa parte dello Stato (servire lo Stato) e, soltanto per questa locuzione, vuota, difendere se stesso, maldestramente, eppure dietro quella bella promessa, fatta pubblicamente, dover difendere tutti i liberi cittadini dal reato.



Stefano Cucchi, per l'opinione ancora di qualcuno, ha meritato questa pena di morte, pena senza attesa, con la tortura differita per chi resta. Così il dolore non ha bisogno neanche di dimostrazioni e perizie, scaricato semplicemente su ogni immagine diffusa, contestata. Da internet. Feticismo per guardoni.



La schiena rotta a furia di colpi vigliacchi, come vigliacchi sono tutti quelli che nascondono a se stessi la verità. Allo stesso modo noi che facciamo parte di questa giuria incerta, disorientata, confusa, eppure chiamata in causa de relato, noi che non abbiamo più la forza neppure di chiedere “perché”, né di chiedere di più di quelle immagini alla giustizia. E che invece alimentiamo quotidianamente la nostra immaginazione del vendicare, con le foto della morte, di tutte le morti, sporche (ma non sembrano tanto macchiare) di sangue, sangue che più volte ci è sembrato finto.



Abbandonato nell'Ospedale “Sandro Pertini”? Non renderebbe onore al nome che porta. Forse picchiato nelle celle di sicurezza del Tribunale? Nessun medico che ci sappia convincere ancora della verità. Nessun agente. Nessun giudice. Nemmeno un amico che abbia potuto vegliare su di un corpo spento. Luoghi oscuri della Capitale. Ospedali, Penitenziari, Tribunali. Nessun posto sicuro per gli innocenti. Innocenti, si! Sempre, di fronte alla morte. Sempre, senza aver avuto ancora una sentenza definitiva!



Ma neppure internet può riscattare. La memoria è un soffio, un mucchio di polvere che si deposita sul proprio computer. Così il silenzio sta per coprire ogni cosa, e le immagini che non abbiamo mai visto sono quelle della dinamica del pestaggio. Immaginiamole, stavolta senza supporti tecnici. Un ragazzo messo sul fianco a stringere fra i denti un’identità che la sofferenza ha deciso anonima, con l’unico desiderio, andare via per sempre da questo luogo infelice che è la vita e da questa comunità così cinica e fredda che è diventata quella italiana. Vomito sulle pareti per un’indagine giudiziaria che ancora non vede la sua fine. Ispettori inebetiti, testimoni poco attendibili e un'inchiesta parlamentare forse solo di facciata...



Cittadini lasciati soli davanti al vortice della prevaricazione. Familiari lasciati soli nel vicolo cieco della giustizia, dove tutti noi dobbiamo sentire almeno la colpa per il concorso esterno alla degenerazione, almeno la colpa per questa terribile indifferenza morale. E Agenti di polizia tutti allo stesso modo indistintamente massacrati dalla comunicazione facile, per concetti striminziti, depauperati del valore rivoluzionario che ha il loro ruolo sociale, e non solo in ambito carcerario. Abusanti, ma anche abusati, nel sistema carcerario italiano senza risorse e senza prospettive di riforma concrete, al di là dei provvedimenti d’urgenza, dettati di solito solo per contingenza. Tutti vittime nello stesso percorso. Tutti spettatori svagati della violenza-spettacolo. 


13 gennaio 2015
Articolo di
nostoi
Rubrica:
Società


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