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Birdman (o l'imprevedibile virtù dell'ignoranza)

Birdman (o l'imprevedibile virtù dell'ignoranza)
di Chiara Merlo

Com'è abituale nell'evoluzione concreta delle cose, colui che ha trionfato e conquistato il godimento diviene completamente idiota, incapace d'altro che godere, mentre colui che ne è stato privato conserva la sua umanità

Jacques Lacan
(16 febbraio 2015) Ci sono momenti della nostra vita in cui dobbiamo stravolgerla per tornare a essere chi siamo. E se ci siamo mascherati a lungo, anche magari in un costume da supereroe, ciò ci ha fatto sentire sempre più fragili, perché abbiamo dovuto continuare a dimostrare di essere imbattibili e di successo, desiderabili e belli, mentre dentro marcivamo maleodoranti. Tolta la maschera ci è apparso un volto in disfacimento, eppure vero, armonico e più dolce, e con intime frustrazioni da liberare. Ma anche il fatto di toglierci la maschera, pur di imitare la realtà, ha finito poi per distorcere il nostro modo di percepire noi stessi.

Non che come al solito io voglia dare una versione esistenzialista di questo film, perché Iñárritu io così da sempre lo interpreto (consapevole anche dei suoi percorsi artistici e biografici), ma il teatro e la scena che riesco a vivere attraverso queste sequenze senza montaggio, come dal vivo delle vicende, seppure raccontate, mi porta ancora una volta a esplorare quel mondo interiore di quei suoi personaggi, sempre così tanto interconnessi da sembrare tutti le diverse anime dello stesso fallimento, e mi porta a pensare che ogni accadimento sia alla fine soltanto un'esperienza ideale, registrata nella mente come un desiderio a cui avremmo voluto dare corpo. Così un bacio, e poi il nostro disperarne. E per questo mi metto a inseguirli, i personaggi e i desideri, lungo i corridoi di quella loro vita nascosta, e nella mia per sovrapposizione, dove tutti, alla fine e all'inizio dello spettacolo, si affollano a vestirsi e a svestirsi come in un camerino dietro le quinte, mentre il palcoscenico è stato ciò che hanno saputo portare avanti nella vetrina sociale, o l'emozione ripetuta ed evocata, ma solo concettualmente, nell'interludio di una magica finzione.

E si, è il conflitto, che da sempre mi angustia da quando Eco e Lacan si sono impossessati del mio modo di percepire e comunicare (e di come io leggo me stessa), tra verità e finzione, tra ciò che sento, vivo, e ciò che narro come già avvenuto, o da fare avvenire, tra ciò che gli altri interpretano di me e la rappresentazione che di me faccio, tra la mia realtà e quella spinta ideale che li vorrebbe partecipi gli altri, e partecipata ogni mia sensazione/emozione. E alla fine "riconosco" che quel supereroe kitsch eppure "vincente" di cui mi sono travestita nell'immaginario collettivo, la personalità pubblica di cui mi faccio pregio, è solo quella parte di me che mi fa resistere alla tentazione di rinunciare a quello che sono per gli altri, all'idea che io stessa voglio darne. Eppure la nostra natura intima di uccelli è più forte!


Ora, forse dovrei spiegarmi meglio, forse dovrei raccontarvi la trama, ma senza esagerare come faccio di solito, per non rischiare di svelarvi già tutto. Ma la trama proprio non riesco a seguirla, seppure è un continuare a ripetere che quello che noi conosciamo di noi stessi, gli altri lo ignorano, o mai lo comprendono. Oppure, meglio: gli altri comprendono solo quello che noi non riusciamo a raccontare. Non c'è una linearità concettuale, voglio dire, non riesco a essere descrittiva, dal momento che questo regista ha saputo mettere insieme cinema e teatro, verità e finzione, personaggi e vite reali come in un cubo magico di Rubik. Impossibile da risolvere. Anche se c'è forse un modo per leggere semplicisticamente il tutto: la lotta tra fiction e dramma, tra Hollywood e Broadway, tra attori di massa e grandi interpreti del nostro tempo, tra grandi autori e sceneggiatori invece di paccottiglie cinematografiche stracolme di effetti speciali, di immagini sessuali eccitanti, ad accontentare le visioni da videogioco, di pornotopia, o apocalittiche da fine del mondo, cui siamo abituati, catartiche delle nostre depressioni. Ma questa descrizione superficiale, diciamo così, lascerebbe comunque scontento il grande pubblico, divoratore esperto di super effetti. Quel pubblico neanche riesce a coglierne il giudizio critico, né riesce a soddisfarsi del fantasy (surrealismo) accennato, che pure Iñárritu lascia magistralmente intravedere. Mentre quell'altro, quello più intellettuale, se non supera questa interpretazione meramente polemica, forse neppure si accorge della poetica sottostante.



Bisognerà averne, secondo me, una prospettiva soggettivistica, a cominciare dalla pièce teatrale, su cui gira tutto il senso della trasformazione esistenziale dei singoli personaggi ("Di cosa parliamo quando parliamo d'amore", di Raymond Carver)



Questa questione è per ogni strato di ciò che accade dentro di noi, ed è come fosse una continua invocazione. "Io volevo soltanto esser amato", ripete più e più volte il protagonista fino a uccidersi (certo nella finzione), ripetendo e interiorizzando quella scena fino a voler essere il più bravo a esprimerla. Ma nessuno lo capisce, né lo apprezza. Poi a un certo punto il sangue gli esce davvero, così il pubblico si alza ad applaudire e il critico se ne va soddisfatto da quella verità da lui appena concepita. Ma quella necessità era vera anche prima! (E pure il critico ha la sua maschera)



L'altro attore che fa da spalla, quello presumibilmente bravo, quello scelto dal teatro, e non da fiction o commedie televisive, ha diversamente un'altra prospettiva da innestare su quella realtà raccontata, che è in conflitto proprio con quella dell'uomo uccello, diremmo opposta: smettere di vivere se non nella finzione teatrale. Mentre l'uno cioè racconta se stesso esprimendo questo suo bisogno d'amore attraverso il teatro, e così invecchiando, degradando, ingrassando, e rinunciando a quell'immagine di successo per cui era stato idolatrato dalle masse, l'altro invece racconta il teatro attraverso se stesso, e in questo modo smette perciò di invecchiare. Infatti è bello, interessante, anche abbronzato, e se la fa con le ragazzine, sempre pronto all'orgasmo, rimanendo sospeso ogni volta però in quel suo personaggio, alienando la propria vita in una esercitazione fittizia.



Insomma, non bisogna essere per forza bravi per fingersi a se stessi, e a volte quelli bravi scelgono per virtù il nascondimento.



Su questo breve e sofferente racconto di Carver perciò si accumulano il dolore e il disagio di tutti gli attori. Attori come attori, e attori come personaggi che agiscono nella vita del protagonista. Carver cerca proprio nella quotidianità, nell'uso di un linguaggio ordinario, nell'ignoranza espressa da certe misere vite, il bisogno di essere amati, di essere salvati, perché è questa proprio un'esigenza di tutti. E anche il nostro uomo uccello, che ha rinunciato alla fama hollywoodiana per interpretare semplicemente se stesso, seppure nella modalità del palcoscenico, e mostrando finalmente la sua inabilità, il suo disagio, la sua misera vita quotidiana, sta cercando soltanto l'amore, lo chiede ostinatamente per sé, ché sia reale. L'altro ce l'ha, ma soltanto come illusione.



Le donne di questo film sono un'altra bellissima chiave di lettura: per ognuna di loro l'amore è il tentativo altruistico, anche quando non riuscito, di vivere l'amato. Una visione forse un po' maschile del regista messicano, eppure commovente!



Regia, inutile ribadirlo, straordinaria, testi interessantissimi, bravissimi tutti gli attori, Michael Keaton, Zach Galifianakis, Emma Stone, Edward Norton (alcuni proprio interpretano la loro realtà di vecchi supereroi finiti, attori ormai giudicati incapaci ma solo per un cliché, invece eccezionali in questa lucida interpretazione!). Belle anche le musiche, i dialoghi, e le immagini esterne di New York con gli effetti speciali come citazioni. Mentre il tutto è girato con la telecamera a inseguire, nei labirintici interni di un fantastico teatro.


16 febbraio 2015
Articolo di
nostoi
Rubrica:
CINEMA


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