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Il ladro di bambini

Il ladro di bambini
di Ludovica Malquori

I bambini sono come il cemento umido, tutto quello che li colpisce lascia un’impronta
Haim G. Ginott
(29 aprile 2015) Non mi sono arresa a quel viso semplice di bambino scomposto, maltrattato dalla vita già così presto, quella pelle marrone-olivastra di bambino non lavato, abbandonato a se stesso, lasciato a giocare per strada ore e ore con la polvere che lo ricopre. Viene lasciato fuori casa nonostante certi attacchi di asma, perché dentro casa la madre prostituisce la figlia - sua sorella maggiore - minorenne anche lei.

Non si riesce purtroppo, o per fortuna, a descrivere con parole esaurienti la delicatezza della macchina da presa che si avvicina più volte al viso del bimbo. Di sfuggita, da una rapida ripresa esterna del viso, gli passa vicino e riflette delle espressioni di vaga spensieratezza affiancate a un impercettibile imbarazzo; sono pochi frangenti, non di più, ma bastano per capire il suo dolore inspiegato, inconsistente eppure presente.

Ha diritto al gioco, a non pensare al male, eppure, suo malgrado, è costretto a diventare serio quando la madre lo manda fuori dalla porta di casa perché è arrivato il momento dell’appuntamento, di quell’uomo aitante che viene a casa per abusare della sorella.


Il film inizia così, con una scena di degrado, in un probabile quartiere della periferia di Milano. C’è un suono assordante, una sirena di una volante ha appena preso con sé una donna che si dimena e urla in dialetto. La donna malconcia parla in siciliano, sembra accecata dalla miseria e con poche parole mandava il bambino fuori a giocare. Non si vedrà più il suo volto; nel resto del film saranno i visi dei suoi figli di 11 e 9 anni a parlare al pubblico, saranno i loro piccoli gesti cadenzati, i loro sguardi, a rivelare l’orrore dell’abuso subito ripetutamente, il peso di un’infanzia schiacciata, quel fardello che portano con grandissima bravura di attori improvvisati Valentina Scalici e Giuseppe Ieracitano per tutta la durata del film.



Ho apprezzato molto la scelta del regista di lasciare il suono in presa diretta forse per non scostare lo spettatore dalla veridicità, dalla brutalità della realtà circostante.



I due bambini in seguito vengono affidati a un giovane carabiniere per essere accompagnati in un istituto minorile di “tutela”. Inizia quindi il loro viaggio che è quasi come una lenta via crucis fatta di piccole digressioni tanto da far pensare a un road movie.



Il carabiniere, un Enrico Lo Verso alle prime armi, e i due bambini dovranno percorrere l’Italia da nord a sud, fino al luogo da cui i genitori probabilmente partirono per sfuggire a una miseria accanita e, come per una punizione da scontare, dovranno ritornare al punto di partenza e pagare al posto dei loro genitori che al nord erano approdati in altrettanta miseria. I bambini che pagano al posto degli adulti; già, vecchia storia.



Il carabiniere, ancora giovane e inesperto, cerca di instaurare, seppure in modo goffo, una forma di dialogo, una parvenza di amicizia. Pur restando compíto e senza sbilanciarsi troppo, lascia trapelare la sua bontà ingenua celata dall’uniforme.



E pian piano i due bambini, orfani di tutto, si abbandoneranno alla sua bontà, ma non subito, perché  sono due cuccioli offesi, piuttosto verso la fine del film. In particolare in una delle scene che amo più ricordare, quando il carabiniere insegna al bimbo a nuotare. “I maschi” di Gianna Nannini inizia a vibrare nell’aria come proveniente da una vecchia radio lontana, il sole sulla spiaggia della costa siciliana irradia tutto,  non si vede nessun altro, e finalmente, dopo quasi due ore di durata, si vede un bel sorriso sul viso di Rosetta, la bambina protagonista. È un momento di ampio respiro forse anche per lo spettatore che li ha dovuti seguire in momenti più bui di “persecuzione”, in luoghi chiusi o in lenti trascorsi ferroviari.



Finalmente il mare spazza tutto quello che c’è stato, quell’aria salmastra che si  intuisce dallo schermo sembra dare sollievo e sanare le ferite dell’abuso.



Purtroppo però, dopo poco ci si rende conto che era stata solo una breve digressione o peggio un’illusione: a seguito di un furto subìto da due giovani turiste francesi incontrate sul cammino, il carabiniere entra in una caserma, vorrebbe fare un gesto buono e forse anche essere elogiato dai suoi colleghi, ma viene intrappolato nell’ipocrisia burocratica e quasi accusato di sequestro di minore (di lì il titolo del film).



Ma tornando ai sentimenti di cui il film è fecondo, la bambina è costretta, ancora una volta e ancora più fortemente, dato che si era appena illusa di potersi alleggerire del suo passato, a sentire bisbigliare dalle due francesi, in decoroso silenzio, la parola “prostituta” che riesce a individuare nonostante non parli la loro stessa lingua, quella lingua che l’affascinava perché le aveva dato modo di dire con agognata frivolezza: “Oui, je suis Catherine Deneuve”(nota pubblicità televisiva degli anni 80). Ora però, quella lingua da benevola diventa pungente perché ha udito quella parola riferita a lei come un memento, come una colpa incancellabile, e con immensa bravura di attrice, la ripete con occhi dolenti, con le mani contrite sul ventre, dondolandosi su se stessa: “Prostituta, prostituta…” ripete con gli occhi bassi al fratellino che le chiede ancora giocondo cos’hanno detto le due turiste: si deve tornare alla considerazione di essere stati scelti per soffrire e non per gioire, questo sembrano dire i suoi occhi rassegnati, o forse ancor più di questo.



L’epilogo è un seguitare mesto e in modo inverso rispetto all’inizio del film nel quale era il carabiniere a parlare con voglia ai due bambini taciturni, ora sono i bambini, in particolare il maschietto, a cercare di strappargli una battuta, un sorriso o un gesto di conforto. Ma il carabiniere si è irrigidito, il rimprovero subìto dai suoi superiori gli risuona nella mente come qualcosa di grave, si è probabilmente così tanto identificato alla sua professione che pensa solo ad aver disobbedito all’arma senza considerare di aver fatto del bene e che in quel viaggio, etichettato di “sequestro” dai suoi superiori, quei bambini hanno potuto avere il loro angolo di cielo.



Così intuiscono, sempre loro, i bambini, che devono fare i grandi, che dovranno bastare a loro stessi, senza più illusioni, senza più giochi o canzoni. Pian piano arriveranno a destinazione, nell’istituto di accoglienza di una Gela desolata e remota, provandosela a cavare, trascinando il loro fardello di infanzia abusata e dimenticando anche il carabiniere buono.



L’ultimo fotogramma lo spiega tutto, un frangente semplice e minimo, grandioso come in tutti i grandi film: dopo aver sostato la notte e dormito nella piccola 127, dei tre si sveglia per primo il bimbo che esce dalla macchina e lentamente avanza verso un marciapiede e ci si siede. Poco dopo è la sorella a svegliarsi, non vede il fratello, esce e senza dire una sola parola va verso di lui, gli si siede accanto e allarga un giacchetto per coprire la schiena di entrambi; le macchine scorrono lente e il film finisce così, lasciando i bambini aperti al loro destino, al loro futuro.



Finisce con i due bambini sulla strada, come per ribadire il loro nascere randagi in quell’infinita possibilità di farcela o di cadere, propria di chi si forma in strada, senza maestri né guide.



Mi dimeno continuativamente in questa scrittura perché mi sembra ci siano numerosi spunti di riflessione. E per continuare sul tema dei bambini “grandi” coscienti come e più degli adulti mi viene in mente una scena a mio avviso emblematica: nella tappa intermedia del loro lungo viaggio verso il Sud si fermano a Civitavecchia, nell’ingenua speranza di essere accolti nell’istituto religioso precedentemente loro segnalato. Rosetta vaga per i corridoi ordinati fuoristanti le aule dove si sta facendo lezione (probabilmente educazione primaria). Lei vaga incuriosita e mentre cammina esplorando, risuona una voce femminile di una maestra che sta facendo fare un dettato agli alunni. Nel campo sonoro la voce scandisce lentamente: “Chi- vive- alla- giornata, chi -…” contemporaneamente nel campo visivo si vede il viso di Rosetta bloccarsi intristito; è evidente che si tratti di uno di quei dettati moralistici che in modo convenzionale e arbitrario fanno inculcare ai poveri alunni i dettami di una vita giusta escludendo i mezzi termini. Rosetta per fortuna va oltre, non le interessano i dettati/dettami e incontra in un angolo una bambina vestita da suora che forse sta per ricevere la prima Comunione. Le si avvicina e con aria di sfida o di invidia perché sa che non farà la sua prima Comunione e non riceverà nessun regalo, le chiede: “Chi è Dio?”  La bambinetta inizia a rispondere quasi contenta di poter ripetere meccanicamente quello che ha imparato al catechismo: “Dio è quell’essere perfettivo che…” La bambinetta continua ma Rosetta senza lasciarla finire le chiede incalzando: “Perché ci ha creati?” e già con aria adulta sembra aver capito che si tratta solo di parole imparate a memoria e sembra che le voglia rispondere:  “È inutile che ti parlano di Dio e di altre belle cose, la realtà è un’altra, io l’ho già sperimentata”.



I numerosi spunti di riflessione si accostano, nel film, ad altrettante immagini poetizzanti, come quella della nonnina del carabiniere (incontrata nella sosta al suo paesino calabrese) che sussurra in dialetto stretto al bambino; sembra un uccellino che cinguetta davanti agli occhi sereni del bimbo che guarda incuriosito le foto del carabiniere da piccolo che la vecchina gli passa man mano.



Alcuni dettagli ci rimandano un ritratto svelto ma veritiero dell’Italia degli anni 80 facendo riflettere su come si è arrivati fino ad oggi. Le poche costruzioni abusive verso il Sud Italia, Peppino Di Capri come sottofondo al ricevimento di una prima Comunione… Sembra di rivedere la società italiana com’era nelle sue certezze; i primi videogiochi, quelle prime forme di consumismo (come nella sosta al bar della stazione di Civitavecchia) e i bambini che vengono dati in pasto all’apparire:  “Prima avevo i denti torti” dice Rosetta al carabiniere, e non ci si cura della loro educazione culturale ed affettiva soprattutto.



In ogni caso non è un film di santi o di santificazioni ed i bambini si getteranno nella vita come meglio potranno senza protettori né miti da ricordare.



Questa quarta magnifica prova di Gianni Amelio, che nel 92 vinse il Grand Prix Speciale della Giuria a Cannes, credo vada oltre la retorica proprio perché non ci sono né vinti né vincitori. Commovente resta l’interpretazione dei due allora giovanissimi attori Scalici e Ieracitano che vinsero anch’essi un meritato David Speciale. Ad oltre vent’anni dalla sua prima uscita, il film merita una visione meditata.


29 aprile 2015
Articolo di
nostoi
Rubrica:
CINEMA


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