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Quando tutto  fermo, qualcosa comunque si muove. L'attesa.

Quando tutto fermo, qualcosa comunque si muove. L'attesa.
di Chiara Merlo

L'attesa il filo scucito di una poltrona di un salotto antico
che penzola non visto,
eppure si agita con un fremito quando si aprono le finestre.
C.M.

Ogni sogno un pezzo di dolore
che noi strappiamo ad altri esseri.
Antonin Artaud

L'amour est rinventer, on le sait.
Arthur Rimbaud
(15 ottobre 2015) La scena si apre con la morte. Le lacrime non escono. Invece silenziosa la pip si, scivola gi sui tacchi. Lei bellissima ai piedi della bara. Elegante. Occhi che svuotano. Ma l'organico non si ferma: l'acqua del corpo trova le sue uscite quando non dagli occhi, occhi che adesso hanno un velo secco di malattia. Calze bagnate. Quasi ne senti l'odore. Tacchi verdi lucidi come di pioggia. Il colore dell'umidit, del muschio nelle stanze. Ma fa caldo, estate, e calda la pip, scivola lungo le cosce fino ad arrivare a terra e fa di una pozza lo specchio del tetto.

Ora sicura che niente dovr pi trattenere.

A volte si ferma proprio tutto. Tranne quello che ti scorre dentro a tua insaputa, oppure il movimento ti si insinua a pelle come quello di un serpente. Il sangue, che pensi ormai si sia congelato, invece si muove lentamente fra le pieghe di una smorfia, nel rumore rallentato delle ciglia, nelle mani e nelle cosce serrate, a pugni chiusi, per la rabbia che non hai saputo o voluto esprimere.


Arrivi a casa come a galla in un fiume lento, i cui argini sono stati i tuoi ricordi. Un funerale per donna sola, senza alcun pianto apparecchiato a fare compagnia. Anche gli altri, vestiti di nero, si muovono lontani, assenti. Solo contestuali. Non ci sono cortei, se non alberi sfioriti attraverso quel viale che percorri con estenuante indifferenza. Nel cortile della casa il vento porta in aria e sbatte a terra un materassino da mare, dell'estate. Finita com'è la tua giovinezza. Nel potere del vento. Un azzurro che si muove in balia della luce accecante. Fiera e incurante tu l'accetti. Poi, finalmente vai dentro. Ti accasci sul letto, di lato, in una posizione perenne. O dove perlomeno possano passare dei secoli. Non vuoi vedere più. A occhi chiusi. Invece fissi nel vuoto proprio quello spigolo così acuto e doloroso del comodino, marrone brutto. E ti abbracci da sola, resti lì per un tempo davvero infinito, a dimenticare il tuo corpo. Vieni vista solamente di schiena. Così si guardano le persone che soffrono, non in faccia. I volti sono insostenibili in alcune circostanze. Anche allo specchio. Da dietro le porte invece, sbirciando fra i corridoi di quella casa, da quel momento e per sempre immutata, puoi annusare il pericolo, che inconsapevole hai lasciato sull'orlo. Nella metà di quel letto, al buio, senza sconfinare di un millimetro dalla posizione che ti sei imposta già da giorni, non è possibile cedere a crolli. Il peso, tutto, sprofonda ostinatamente e gradatamente fino al fondo, quando al fondo finalmente non trovi più niente. Le finestre sono serrate, eppure il sole sgarbato entra comunque. Sottile. Subdolo com'è la vita. Chi osserva è spaventato, perché oltre quelle porte non si può che rimanere aggrappati a quella fragilità svelata, eppure così indurita, come a un non accadere che inquieta, o a un qualcosa che invece forse sta per accadere, e che inquieta lo stesso.



L'ostinazione della mente a durare senza respiro. La forma del materasso che si fa eterna nella posizione voluta di vita sospesa. Lasciata a quel tempo, a quel tanfo di passato, come un fiore non ancora secco a cui hanno deciso oramai di togliere l'acqua. Lei non si alza, aspetta la fine, ma la fine non è quella.



Sempre arriva la gioia. Il miracolo.



In questo film di Piero Messina, "L'Attesa", una bellissima storia già raccontata da Pirandello, viene adattata a una trama nuova e surreale. Come nel racconto originario, una madre perde il figlio, pare per un incidente improvviso, ma qui, finiti i funerali, arriva la fidanzatina francese che durante il viaggio non ha saputo nulla di cosa è successo. Viene accolta perciò come una visione, quasi a sperare che quel che è finito possa ancora in qualche modo ostinatamente durare, oppure ricominciare. Questa madre allarga i momenti con lei senza svelarle mai che il figlio non c'è più, dicendole invece che è morto suo fratello, inventandosi scuse e usando il telefonino di lui per confermare quell'ipotesi, è dovuto andare via per qualche giorno, un'ipotesi via via costruita nei messaggi fra i due. Questa ragazzina, assediata da un dolore incomprensibile, sconosciuto, circondata dal silenzio e dall'assenza, ci prova pure, sbarazzina, ad essere il fremito di quella casa, solo sperando di rivedere il suo amore, ma la madre, tremenda, la tiene come sospesa a qualcosa di tragico di cui lei intuisce solo il terrore. Insieme a lei legata a un'idea che non c'è più, perché proprio non può più essere.



Le metafore, fra le immagini, davvero sapientemente composte, come il lago con gli alberi morti dove ragazzi chiassosi fanno divertiti il bagno, possono essere tantissime, mentre si sente il rumore dei chiodi con cui l'unico uomo di casa, Pietro, un aiuto tutto fare della donna, sta coprendo i mobili a lutto con dei teli neri. Il cigolio delle porte e un telefono assordante, molesto, nel nulla riportano l'imprevisto.



Potrebbe essere che questa donna ami così morbosamente suo figlio da non dargli spazio di vita, da precludergli l'amore per un'altra donna. O che invece ormai sola e abbandonata immagini di ritornare ancora giovane e sensuale come quella ragazzina, continuamente attorniata da avvenenti predatori vogliosi. In ogni caso è la morte che non si affronta, che lei non affronta. La morte in vita. Eppure la morte non la vince. Neanche con la paralisi delle emozioni. Qualcuno arriva sempre a pungerti gli occhi con il suo sorriso, e allora ti lasci andare al blu della tua camicetta, quella che finalmente hai deciso di metterti.



La regia è davvero molto particolare. L'esigenza di rallentare tutte le emozioni, e gli sguardi, e i movimenti di quell'unica donna che ti si pone davanti come un simbolo davvero troppo complesso, viene mitigata da immagini molto suggestive e forti. Alcune sembrano soltanto delle piccole fratture, altre invece lasciano tutto lo spazio per disperare, come le strade dell'Etna carbonizzate viste dall'alto, il lago splendente e inquietante dove la ragazza si immerge sempre troppo pericolosamente. Quell'albero caduto in riva che tutto dice di questa rovinosa esistenza. Anche i personaggi sono ben costruiti: i contrasti tra questa bellissima donna carica di sentimenti in conflitto e la fanciulla, densa solo di voglia di vivere e di energia erotica e seduttiva. I maschi, del tutto marginali. Volutamente. Il vecchio è il giudizio continuo di ciò che quella madre non dovrebbe più fare: spiare la vita, allungarsi ancora impunemente sulle briciole rimaste del suo desiderio. I due ragazzini come due ingenui fessacchiotti che attentano l'immagine della fidanzatina innamorata, invece palpabilmente smaniosa. Le due figure femminili proprio si incrociano alla perfezione, nei primi piani, negli abbracci, nei reciprochi sguardi furtivi. A volte sono sembrate quasi la stessa persona, ma divisa in due parti contrapposte, e in conflitto, due donne interiori che si cercano come per completarsi.



La scena culmine è la scena del ballo. La musica diventa dirompente in un salone dove finalmente entra l'aria di fuori. Due ragazzi ballano "Waiting for the miracle" di Cohen. La musica è ad altissimo volume, che quasi sembra di sentirla con le cuffie, interiorizzata, e mentre quei due ballano a quel modo, molto eccitante, il terzo ragazzino osserva, ancora più eccitato, dal terrazzo, da dietro le tende. La madre lo stesso, eccitata finalmente, illumina quei suoi occhi che si sciolgono nel pianto.



Bravissima la Binoche.



"L'attesa" di Piero Messina è l'opera prima del regista, con protagonista Juliette Binoche. Liberamente ispirato a "La vita che ti diedi" di Luigi Pirandello. Nelle sale da settembre 2015.


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