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Vai via! Ci siamo persi nei nostri sogni

Vai via! Ci siamo persi nei nostri sogni
di Chiara Merlo

ciascuno si guarda vivere
sentendosi morire

Giorgio Cesarano
(13 novembre 2015) IVANOV, di Anton Cechov, traduzione di Danilo Macrì, con Filippo Dini, Sara Bertelà, Nicola Pannelli, Gianluca Gobbi, Orietta Notari, Valeria Angelozzi, Ivan Zerbinati, Ilaria Falini, Fulvio Pepe, regia di Filippo Dini


Nonostante il grigio dei muri, ci riesce di amare contro ogni volere, contro ogni rifiuto, oltre ogni rifugio, per quanto possa essere crudele non essere amati. Anche perché il grigio dei muri soltanto si attenui.

Ma Ivanov non crede in nessun nuovo innamoramento, si lascia assalire dai dubbi, dai sensi di colpa, da quel suo non voler far niente, immerso in una drastica malinconia, forma nobile d'angoscia (dice), che attira e allo stesso modo allontana ogni idealismo e nichilismo. E il suo è come un convincimento ideologico, che perciò, alla fine, quasi lo ridicolizza.

La scena si apre appena davanti casa, ai margini di ciò che ci si può nascondere dentro, di bello e di brutto. Sui gradini della porta, sulla soglia, dove tutto è ancora possibile. In attesa. A lungo così. Senza alcuna azione. Prossimi al bosco, da dove puoi sentire i grilli e le civette. Le civette che ti sfidano a qualcosa di urgente, o da salvare, e i grilli che intanto, insistenti e impercettibili, ti parlano d'amore: un sottofondo. (Ultimamente i grilli li sento dappertutto!)

Ma lui niente, non s'alza. Le ombre dei rami sulle pareti del cortile, le vetrate delle finestre con dietro la solitudine delle lampade accese, una panca vuota, lì all'uscio, che aspetta la vita dei suoi personaggi. Cechov, bianco e annebbiato su tutto quel grigio, ma stavolta in un'atmosfera sognante, per momenti di puro espressionismo e situazioni che saranno per lo spettatore decisamente surreali.


A fianco a un tavolino, dove appoggiare faticosamente ogni giornata, seduto su una semplice sedia di legno di campagna, quest'uomo spento, contemporaneo, distrutto dall'accidia, profondamente disturbato da chiunque vicino a lui sia interessato al movimento, che voglia vivere o solo andare avanti, oppure amare e lottare, se anche fosse questa l'ultima scelta sull'orlo della sconfitta, rifiuta l'esistenza degli altri, che pure ostinatamente gli vanno a sbattere contro, uno per uno, o tutti insieme. Legge, scrive, e non sa fare altro. E intanto la sua tenuta va in malora, sua moglie si ammala di un male incurabile, una giovane donna lo desidera con una voglia così estrema, mista di erotismo e sentimento, purtroppo sprecati, e il suo mezzadro lo offende continuamente con i suoi imbrogli e la sua volgarità, ma lui, seppure ci provi a far rivolta, subito la soffoca in un non senso che è più imponente. Un dottore lo accusa di un assassinio, ma lui soltanto si ammorba all'idea di essere quel delitto, lo zio, un conte derelitto, gli vive addosso senza fiato come un parassita, ma lui neanche si preoccupa, e continua a mantenerlo, in fallimento.



La scena successiva è totalmente diversa. Non quella così appassita che è dell'inizio, si sovrappone invece un salotto pieno di rossi e di gente strafottente, divani di velluto e lampadari pendenti che sospendono luccichii, stravaganze da arricchiti, corrispondenti ad animi aridi e sguaiati, dove è sempre più latente e più a contrasto quell'indole chiusa, così schiva e recidiva. Qui l'ironia si fa tremenda, non senza colpi di scena che sono tragici e romantici. È un nuovo tempo, più moderno.



Frivole donnine dai colori accesi, giocatori d'azzardo e ubriaconi, un apparente ritardato mentale nella figura del lacchè, e una coppia di opulenti signori, con la loro figlia assai gracile e carina. Lei tirchia, lui sottomesso, e la giovane e giocosa ragazzina innamorata del perdente.



Ivanov in quella casa va per divagare, o per cercar soldi, rimediare anche qualche giorno come un tempo in più da poter concedere alla Noia. Ma in questa scena da salotto interviene tutt'a un tratto anche la moglie, così malata lasciata a casa, vestita di bianco e con dei fiori rossi, sangue che macchia, un fantasma da dietro le finestre che ci spaventa tant'è inquietante.



La terza scena si fa più intima e struggente. A turno tutti quanti vanno d'assalto a mortificare il giovane Amleto di questa commedia, che proprio l'Amleto non vuole fare. Chi per ragioni etiche, chi per ragioni di sentimento e chi soltanto per utilità. Lui più volte prende in mano la pistola che fin dall'inizio solletica le sue tempie, perché il suicidio sarebbe davvero un buon rimedio, ma da buon procrastinatore quale è, ancora una volta procrastina, mettendo la testa sotto il cuscino, su quel divano di quel suo studio, dalle cui vetrate bianche e grigie ancora per un po' si intravede il bosco.



Le ultime scene sono della morte. Anna, che Ivanov ha sposato, e che per lui ha rinunciato a tutto, ammalandosi anche gravemente, soffoca ora come nella danza di un carillon i suoi ultimi drammatici respiri. E se lui la sorregge fra le braccia, ma ormai senza più amore, lei resta sulle punte (come fanno tutti gli amanti che sono felici) in un abbraccio che è spietato, e si agita a scatti, come quelle ballerine di quelle scatole di legno che però quando finisce la carica si accasciano di colpo, mentre la musica c'è ancora, seppure è rallentata. Un pezzetto di tulle che si piega su quel perno sottile intorno al quale sono avvolte piccolissime caviglie di pezza. Un tenero pupazzetto sfocato che solo meccanicamente si ostina, proprio perché alla fine, a vorticare fuori tempo e nel vuoto.



Poi arriva la scena finale, la più suggestiva e la più accattivante, ma anche la più divertente, quella del matrimonio con la giovane Saša, la figlia dei proprietari terrieri (e che non si farà). Tutti vestiti di bianco, ma con qualcosa di nero, alternano momenti di isteria collettiva, dove piangono in coro, ognuno sul suo lato, a scene di ilarità iperrealistiche. Lui è riuscito ad annientare anche quella giovane donna in mezzo alle risate e al pianto di tutti, seminando paure e incertezze esasperanti. Ma forse è giunto il tempo del cambiamento. Ivanov si uccide. Di colpo sposta, come con una folata di vento improvviso, tutti gli altri personaggi nell'angolo opposto di quella stanza dove si trova. Lui accasciato di spalle, gli altri pietrificati (scena esemplare).



Come dirà Cechov in un'altra opera (Il duello): "non bisogna cercare la salvezza che in se stessi; e se non si trova, perché perdere il tempo? Bisogna uccidersi; ecco tutto..."



Questa regia è straordinaria, e gli attori sono tutti bravissimi. Filippo Dini, regista (e anche primo attore) ha usato una raffinatezza, una misura e insieme una follia scenica che Cechov è stato addirittura superato (non sto dicendo certo uno sproposito), e non nel testo, naturalmente (se anche la traduzione di Danilo Macrì è stata, a suo modo, pure un superamento), ma nel sottotesto. Dini sa cogliere, sfrondando e ravvivando, l'ironia acuta dei dicotomici personaggi e quel meccanismo perfetto, messo in piedi da questo autore, che oramai s'è impolverato (come lo stesso regista vorrebbe suggerire), così sempre ugualmente rappresentato, per un rispetto che invece dovrebbe giusto appunto poter essere interrotto. E qui invece è diventato un altro sistema d'interpretazione, più sofisticato, tanto da poterci meglio sembrare dei giorni nostri. Il parlato, i gesti, le dinamiche usate fra i soggetti sono sembrati più quotidiani, più facili, per niente ridondanti, modalità semplici di interazione, ma insieme anche interazioni complesse, in quanto, seppure riconoscibili, snellite, erano adeguate alla nostra contemporanea complessità, e perciò fatte di cinismi, goliardia e disperazioni alterate in oniriche sovrapposizioni, ma senza imbalsamature.



Gli attori sono stati eccezionali, ognuno a suo modo, e tutti insieme. Un equilibrio davvero perfetto.



Dini in quel suo svogliato e sciatto protagonista un po' accentato, Sara Bertelà, nella moglie Anna Petrovna, con un uso della voce così pieno di grazia, un uccellino in scena, Nicola Panneli, il conte Šabel'skij, con un fare sempre indaffarato e vicino alla morte, Gianluca Gobbi, in Pavel Lebedev, il facilone e proprietario terriero, pragmatico nelle soluzioni esistenziali, è il personaggio chiave per l'uso che è stato fatto così intelligente dell'ironia, e s'è prestato magnificamente e senza nessuno sforzo, con una naturalezza davvero molto convincente, mi ha divertito molto, Orietta Notari, nel ruolo della moglie, Zinaida Savišna, un'arpia terribile, ottima prova d'attore, Valeria Angelozzi, nel ruolo dell'amore sempre furtivo, Saša, una giovane sposa così ben ricamata, bravissima anche lei. Infine i tre personaggi più "disturbanti", quelli più sopra le righe, ma che hanno saputo non esagerare mai: il dottore idealista L'vov, Ivan Zerbinati, un personaggio ineccepibile; la frivola e seducente vedova ricca, Ilaria Falini in Marfa Babakina, ogni volta il mordente per poter passare dal comico al tragico, Fulvio Pepe in Michail Borkin, che bene suggerisce ogni cambiamento etico e intellettuale verso il nostro tempo.



Esauriente la scenografia con il suo movimento di pareti istallazioni, di Laura  Benzi, così le luci e i costumi.



Visto al Teatro Eliseo di Roma


13 novembre 2015
Articolo di
nostoi
Rubrica:
Teatro


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