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Come lotta le emozioni

Come lotta le emozioni
di Chiara Merlo

Ridatemi la mia cecità!
Dov'è la mia cecità?

Anais Nin

Un silenzioso, paziente ragno
osservai che su breve promontorio se ne stava isolato,
e notai come ad esplorare il vasto vuoto in giro,
lanciava filamenti e ancora filamenti da se stesso,
ognora sdipanandoli, affrettandosi, senza stancarsi mai.

Walt Whitman
(12 dicembre 2015) "Louise Bourgeois: Falli, Ragni e Ghigliottine", scritto e diretto da Luca de Bei, interpretato da Margherita di Rauso.

Fare la scultrice. Preferire quello che c'hai dentro, voler essere amata, lottare contro i materiali e contro il proprio corpo, sentire la morte nella resistenza della pietra. La pietra è aggressiva. Ti dà il senso della sconfitta e della paura. Allora bisogna essere violenti, e la violenza bisogna trovarla dentro di sé, e da ciò che vedi. Bisogna accettare l'idea di ciò che vedi.

Io vivo in un mondo fatto da me, così gli oggetti li assemblo. La mia crudeltà è nella mia opera che sopporta tutto. L'ossessione di un che di erotico. Certo, saremmo ancora più tristi senza le nostre illusioni. Visioni.

In scena: una donnina smaliziata di novanta e passa anni. Tutti vissuti alla ricerca del proprio femminile. Con "cazzi" enormi da esporre al nome di una bimba che invece vorrebbe parlare soltanto del suo sangue.


"Devi raccontare la tua storia e devi dimenticarla". Come si fa? Così si fa. Attraverso gli oggetti che esprimono la tua anima in una forma che ti sembrava sconosciuta. Si, perché la materia, il corpo, ha una sua forma intrinseca, o più forme intrinseche, che ancora non conosci e che ti si svelano nell'aggressione che le usi, che le usano. Perciò la scultura. Per rifare quel gesto violento che ha rovinato il tuo aspetto anteriore, ad averne uno nuovo, seppure traumatizzato. Fare diventare quella forma: enorme; tagliuzzarla, assemblarne i frammenti, e ogni volta averne un'immagine diversa, un'immagine che ha dimenticato quella di prima, pur portandosela dietro!



Ma questo spettacolo è divertente, fa parlare lei, soltanto lei, con quel suo carattere dirompente e mai sottomesso, lei con addosso le scarpe da tennis in una mise dada newyorkese da donna dinamica di un tempo, ma che ancora deve venire.



Le sue installazioni di metallo, quegli enormi ragni a simbolo della madre che sovrastano i passanti delle città, città come ragnatele, strutture invisibili e sociali, costruite lentamente e che ti avviluppano, e questi membri maschili enormi, con quei titoli discordanti, la casa con sopra la ghigliottina e i busti di donna con un coltello piantato nell'intimo come fosse un nuovo "genitale" da esperire, in un viaggio onirico e surreale, attraverso le molestie all'interno della famiglia, molestie forse non volute eppure agite con tanta di quella crudeltà, sono il risultato di una lotta, una lotta del tutto femminile che si riappropria del proprio corpo come materiale rigido, e che perciò bisogna modellare, che ogni volta bisogna riconsegnare alla vita. Alle emozioni.



Il testo è ricco di rimandi suggestivi, e la regia è di un garbo esemplare, pur restituendo le irriverenze e le intemperanze di questa donna unica e magnifica. Nei gesti. Molto brava l'attrice, in ogni tratto amorevolmente assorbita dal personaggio.



Visto al Teatro dei Conciatori di Roma


12 dicembre 2015
Articolo di
nostoi
Rubrica:
Teatro


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