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Il Teatro della serenità

Il Teatro della serenità
di Chiara Merlo

“Non ci sono atei in trincea”
non è un argomento contro l’ateismo,
è un argomento contro le trincee.

James Morrow
(19 maggio 2016) Battlefield - Tratto dal Mahabharata e dal testo teatrale di Jean-Claude Carrière, adattamento e regia di Peter Brook e Marie-Hélène Estienne

Entri in sala e già senti i colori del sole, con una scena calda e immaginata con le forme della terra. Delle armi, antiche lance, o forme simili, sono state poggiate, per il momento inattive, sulle pareti dello sfondo. Uno strumento a percussione fa il cuore di questa scena, la narrazione del battito, che si alimenta della vita e della morte, aumentando o diminuendo la rincorsa delle mani sulla pelle di animale tirata.

I vecchi conflitti sono finiti, ma sono tutti morti. Famiglie intere distrutte. E raccolgono i resti dei loro cari sparpagliati. Donne piangono inconsolabili i loro uomini sconfitti e smembrati, pezzi di carne da cercare e poi da mettere insieme. I soliti vecchi imbrogli di potere legittimati da quella tentazione di giustizia, sempre un fingimento, che mette fratelli contro fratelli, e i figli contro i padri.

Il Mahabharata, la grande storia dei discendenti di Bharata, conosciuto anche come Karṣṇaveda, è uno dei più grandi poemi epici e pregiatissimo testo religioso induista, indiano, insieme al Rāmāyaṇa.
E così Peter Brook, con questo pezzo di vita teatrale e spirituale, Battlefield (letteralmente: campo di battaglia), con questa scena calma e riconciliante (come un raccoglimento), ci racconta la violenza che è stata e che ancora è e che interroga il nostro tempo. In particolare, questo regista immagina proprio il finale di tutti questi conflitti che straziano il nostro mondo. Una tregua a una interminabile guerra di sterminio tra fazioni della stessa famiglia dei Bharata, nella fase, perciò, della quiete dopo la morte, quando una vita nuova rinasce dal fiume, si fortifica nei boschi e trova negli animali, specialmente i più piccoli, gli insetti, la sua ragione d'essere. Tutto vissuto attraverso parabole e aneddoti.


Da un lato ci sono i Pandava, e dall’altra i loro cugini, i Kaurava (i cento figli del Re cieco Dhritarashtra). Prevalgono i Pandava, e, Yudishtira, il più anziano, deve salire al trono con il peso di una vittoria macchiata dalla distruzione e dal sangue, e anche dalla morte di un fratello che non gli era stato raccontato come tale.



Dhritarashtra, che in questa guerra ha perso tutti i suoi figli (cento), e il nuovo re, suo nipote, Yudishtira, sono costretti a sopportare e a condividere lo stesso dolore e tutti quei lutti, eppure dovranno assumersene ogni responsabilità, per ritornare a quell'Equilibrio di nuovo Originario.



Eppure, questa regia non mi ha persuaso, non è il teatro che mi piace. Si, ricercato, equilibrato appunto, pensato nel suo profondo, ma, ad oggi, una convinzione religiosa come tante altre, anche se messa in scena con i colori e la voce calda, consapevole, dei suoi attori. Bravissimi.



È che siamo sempre pronti a rifiutarci alle religioni in scena, a preferire, anche dell'Antica Grecia, il Dioniso dell'Opposizione, come ci somigliasse, eretici e rivoltosi, avanguardisti anarchici del teatro che vogliono messo tutto sotto sopra, e poi, un'opera celebrativa come questa, di un metodo spirituale che pensa alla guerra comunque e in fin dei conti come a un esempio deterministico dell'evoluzione del mondo e della specie umana, ci piace riconoscerla come motivo, impulso di cultura, innovativa e rigenerativa. Commovente. Di sicuro è stata commovente, ma non mi basta a questo racconto. Non mi basta più al mio tempo. Cercavo qualche cosa di diverso. Basta con questo atteggiarsi, parlo di noi osservatori, a popolareggianti borghesi di maniera. Specie di fronte alle guerre, che poi in fin dei conti non ci toccano, e perciò possiamo guardarle con occhio sapiente e sereno.



Io l'ho trovata un'opera vecchia, borghese appunto, soprattutto perché raccontata di riflesso. Fossero stati gli induisti a rappresentarcela. Salubre, mistica, intensa anche in molte sue parti, ma vecchia. Vecchio il concetto di giustizia, vecchio il concetto di trasmigrazione dei corpi, vecchio il significato della terra e dell'acqua che purifica. Cioè, per me, e mi rendo conto di avere forse in questo modo una visione del tutto isolata dell'opera, non c'era niente della realtà per come la viviamo noi oggi, anche in questo pezzo di mondo martoriato solo come proiezione dalle guerre che succedono invece altrove.



Il messaggio centrale: "nei meandri della vita, la morte c'è sempre", e perciò: tutto è sempre giustificato dal conflitto, per quanto vada risolto. Le guerre ci devono essere, ci sono sempre state. E ci saranno. Solo gli uomini più giusti, quelli "chiamati" ad esserlo, sapranno trarne il significato più universale, anche qualora questo messaggio non sarà del tutto chiaro. E chi sono questi?



Ma di più: questo conflitto, che porta a conseguenze così disumane e atroci, in questa narrazione e nella realtà vera, che ne fa (con le guerre e gli scannamenti che devono esserci per forza, anche se poi vengono purificati), fra le cose più crudeli mai viste (come in Siria), spinge alla fine a un atteggiamento da tenere che non è diverso da quello tenuto, quello che teniamo, di non coinvolgimento effettivo e di davvero troppo facile osservazione a distanza, accettazione e sublimazione (religiosa) di eventi che non comprendiamo veramente nella loro crudezza.



E poi, in questo lavoro non c'è neanche tutto questo sforzo interpretativo, di regia e di trasposizione teatrale. Sarà che il testo vive dei riflessi ancora del successo avuto al Festival di Avignone nel 1985 per il significato, e perciò il suo pregio ci viene raccontato da quel di, ma, proprio per tutta questa distanza temporale, e generazionale, pur rimanendo valido il riferimento a un'opera religiosa così tanto apprezzata e espressiva, in realtà viene messa in campo in una maniera del tutto scollata dalle cose per come succedono davvero. Forzatamente pacato, perché in sé nasconde quella ribadita risoluzione, ogni volta, del predestinato. Ma di questo "predestinato" e di questi "prescelti" veramente non se ne può fare più un insegnamento.



Visto al Teatro Argentina di Roma



Tratto dal Mahabharata e dal testo teatrale di Jean-Claude Carrière adattamento e regia Peter Brook e Marie-Hélène Estienne



con Carole Karemera, Jared McNeill, Ery Nzaramba, e Sean O’Callaghan musiche Toshi Tsuchitori costumi Oria Puppo luci Philippe Vialatte



Spettacolo in lingua inglese con sopratitoli in italiano adattamento e traduzione a cura di Luca Delgado



Produzione C.I.C.T. - Théâtre des Bouffes du Nord



Co-produzione The Grotowski Institute, PARCO Co. Ltd / Tokyo, Les Théâtres de la Ville de Luxembourg, Young Vic Theatre, Singapore Repertory Theatre, Le Théâtre de Liège, C.I.R.T., Attiki cultural Society, Cercle des Partenaires des Bouffes du Nord


19 maggio 2016
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