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(Ri)Tagli. Non potrò più stare sotto la pioggia.

(Ri)Tagli. Non potrò più stare sotto la pioggia.
di Chiara Merlo

È molto probabile che una tappa decisiva nel misterioso processo dell'evoluzione dell'uomo sia rappresentata dal giorno in cui un essere, che stava esplorando con curiosità il suo ambiente, fermò la sua attenzione su se stesso

Konrad Lorenz
(21 settembre 2016) "Cut, frame and border" (prima nazionale) - École des Maître 2016/Christiane Jatahy (regista brasiliana), per la rassegna Short Theatre 11_ Keep the Village Alive

Prima di analizzare lo spettacolo che più ci ha colpiti all'interno della rassegna, mi preme fare una piccola premessa sulla rassegna che ce lo ha proposto, proprio per dare un'idea del contesto in cui questo spettacolo molto interessante è stato inserito.

Short Theatre non è certo un contenitore nuovo per gli addetti ai lavori e neanche una realtà teatrale per lo spettatore ancora da metabolizzare, rimane, comunque, fra i più interessanti "spazi" culturali che la città di Roma predispone per i suoi utenti (davvero non sempre così accorti!). E questo in particolare perché la finalità di questa rassegna, che si ripete oramai da diversi anni, 11, è quella di assicurare "un luogo per le compagnie", per quelle meno frequentate e di frontiera. È perciò una realtà teatrale da considerare fra le più insistenti e caparbie a innovare, ma è anche in verità quella più sostenuta e foraggiata dal servizio pubblico.

Tuttavia, la progettualità teatrale in generale, a prescindere da questo specifico contesto, dovremmo capire, richiede tutto il tempo della sua realizzazione, e non sempre questo tempo viene ai più concesso. Se un contenitore come Short Theatre dura (o lo si fa durare), a mettere insieme tante compagnie, anche internazionali, oltre a riuscire ad anticipare esperienze artistiche che le nuove generazioni sentono nell'aria ma non riescono ad afferrare, forse può anche tentare la continuità a promuovere e sostenere operazioni culturali che le produzioni del nostro sistema non sono riuscite invece neanche a far emergere, e che in questo luogo possono ancora recuperare la loro visibilità, e mantenerla. Naturalmente questo può voler dire escluderne delle altre, escludere altri contenitori meno strutturati che evidentemente a quei finanziamenti non hanno avuto o potuto avere accesso!

Negli ultimi dieci anni, bisognerà però ammetterlo, sono nate e morte tantissime nuove esperienze, ma troppo presto, e questo per ottenere solo sporadici finanziamenti. Short Theatre ottiene i finanziamenti, è vero, ma per rimanere in piedi e continuare in qualche modo il suo cammino non occasionale nel tempo. E anche questo va considerato alla fine come valore aggiunto, almeno come risultato, riuscendo a mettere insieme performance-creazioni, suggestioni dei luoghi ridisegnati come nuove geometrie, e spazi museali allestiti per i più svariati linguaggi. E poi cicli di conferenze, incontri e dibattiti, spettacoli di danza, e performer provenienti da diverse parti del mondo, in un annuale e consolidato appuntamento fisso.


Come ogni volta, diverse sono state le cose interessanti a cui abbiamo assistito, tra queste lo spettacolo di Alex Cecchetti "Tamam Shud", attraverso cui lo spettatore ha potuto fare esperienza attiva e diretta della morte e insieme anche dei ricordi inutili della vita.



Ma la pièce a nostro avviso fra le più toccanti è stata quella messa in scena da l'École des Maître.



Il dispositivo drammaturgico è una partitura sempre delusa su storie di persone reali interrotte. La struttura del racconto è basata sulla vita, l'improvvisazione, i ricordi. Ma sono tagli, bordi di persona, confini di braccia e di gambe messe a terra o nel vuoto. Con cornici di significato semplicemente per come viene attribuito alle immagini evocate.



Sedie buttate sul pavimento rappresentano la distruzione (e la descrizione di ciò che è accaduto), la città, ma ognuna di quelle sedie diventa narrazione, dialogo e interiorizzazione una volta predisposte ad accogliere persone, quelle persone che non ci sono più e di cui non sappiamo. E neppure ricordiamo i loro nomi. E allora ce li ripetono in continuazione, abbinandoli alle famiglie, ai cani portati a spasso, agli amori traditi, ai bambini che dovevano nascere e che invece... non sono nati. E con quei loro ricordi instancabili e ripetuti si mettono a camminare nelle nostre "stanze" abusate dai loro carcerieri e assassini. E nelle nostre stanze però trovano ambiguità ideologico-mentali, dove  solo il concetto di tragedia stereotipata ricopre lo sdegno di cui non siamo invece realmente capaci. Impersonale traduzione del tutto in un fatto ogni volta interpretato, che immaginiamo di avere in possesso come significato e che invece viene decostruito davanti a noi restituendoci momento per momento l'inutilità del nostro non-esser-ci stati, lì in quel momento. Ora a immaginare chissà quali ragioni, e qualcuno da accusare.



Mass murder. Diverse occasioni di uccisioni di massa. Attentati. Spazi di morte concessi alla religione, all'omofobia, al fanatismo politico, alla sproporzione economica e agli estremisti dell'orrore applicato. Questo è successo. Ragazzi, soprattutto ragazzi, di ogni provenienza e cultura, di ogni lingua e costume, annientati in un solo momento dall'Altro sopravvenuto, con il suo delirio confuso di superiorità e differenza. Vite che non possono più essere, perché lasciate in accumulo sul terreno di un aeroporto o di un museo, riunite per un concerto o nello stesso posto fatto di luci per incroci sporadici di esistenza, un'esistenza lì per lì in-de-finita. E ora tutti in mezzo con la loro morte improvvisa negli occhi e davanti a noi.



E questi ragazzi entrano nel teatro ancora vivi, e allora ci pongono delle domande, ma noi, i soliti inebetiti dai significati astratti e volubili, non ne cogliamo la vitalità, seppure ne restiamo afflitti. Sollevano quelle sedie e le mettono in dinamiche discontinue e di senso, si approcciano fra di loro a riesumarsi in episodi quotidiani, accostati gli uni agli altri per la pelle e il sangue che li ha messi quel giorno in comune nello stesso destino, con i loro frammenti di corpo e di vita mescolati in un solo scatto repentino di odio e di rabbia.



La struttura scenica è davvero interessante, come anche i frammenti in dialogo e rivolti a noi come domande. Mosse in tutte le lingue. Perché tutte le lingue sono morte quel giorno. Ci sono monitor che ci proiettano all'esterno come possibilità di fuga. Rinchiusi invece. Come è successo in quei luoghi pubblici di passaggio intrattenimento o svago. E allora noi neanche più ci accorgiamo di ciò che c'è fuori. Piano piano veniamo immersi in quella stessa cattività sensoriale. Poi l'assillo delle domande che non ci lascia tranquilli, né semplicemente ad assistere. È un continuo di persone che vengono verso di noi e ci costringono a rispondere, a intervenire, a non stare seduti a guardare. Ma noi non rispondiamo. E allora ritornano. Ritornano in continuazione. Vanno fuori e ritornano, e dicono in continuazione: "sono tornato". E poi ci chiedono, provocatori: "cosa hai dimenticato di fare", "qual è stato il tuo tempo perduto", mentre le sedie muoiono e finiscono a terra, e noi sorridiamo nervosi degli episodi felici. Ma sono finiti, non ci sono più. Quelle persone sono morte. E noi, ce ne andiamo anche noi, forse senza coglierne il senso.



C'è un'enorme lavagna dietro, con tutte le cose da fare: i passi di scena, le storie da dire, i nomi da nominare, e noi possiamo anche andare a vedere, in fondo è un workshop: metterci vicini a quel progetto di rappresentazione e analizzarne i passaggi. La gente si mette lì davanti a parlare, a ridere. La finzione ha avuto luogo con tutti i suoi effetti. E così tutto ciò ci permetterà di nuovo di dimenticare quei nomi. La vita e la morte sono sempre un altrove, e non è la narrazione che ci riscatta o ci libera, seppure è un tentativo, sempre ripetuto, di allontanare ogni volta ciò che ci ha reso infelici.



Molto bravi gli attori. Sedici giovani allievi fra i 24 e i 34 anni, brillanti e carichi di energia.



Visto al Teatro India di Roma - Short Theatre 7 -18 settembre 2016


21 settembre 2016
Articolo di
nostoi
Rubrica:
Teatro


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