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The dreamers oltre il sessantotto

The dreamers oltre il sessantotto
di Ludovica Malquori

La colpa è proprio l'unico fardello che gli esseri umani non possono sopportare da soli

Anais Nin
(05 ottobre 2016) È un film che va visto, per chi abbia voglia di entrare un po’ più a fondo nel mitico 1968 anche se poi ne uscirà disorientato perché il film, ancorché diretto dal grande maestro Bertolucci che riproduce nei minimi dettagli l’atmosfera della Parigi sessantottina, lascia frastornati per quell’euforica libertà che si riduce in un fuoco di paglia.

Ricordo la violenza intrinseca di certe scene, di certe situazioni relazionali. Si potrebbe dire che rappresentare un fratello e una sorella che hanno rapporti sessuali tra loro sarebbe già di per sé qualcosa di sessantottino ma credo ci sia qualcosa di più disturbante, voluto o no dal regista.

Ricordo la solitudine di questi due bei ragazzi (non potrebbe essere altrimenti visto che a rappresentarli sono il giovane Louis Garrel e l’attrice Eva Green) della borghesia benestante parigina, che vivono in un appartamento elegante e ottocentesco, riprodotto con maestria sin dalle carte da parati dell’epoca, che hanno nelle loro stanze la foto del Che, il manifesto di Mao, che fumano marijuana e ascoltano i Doors come segno di trasgressione ma che rimangono sempre soli in casa, in assenza dei genitori e poi pian piano ci si accorge che questa solitudine li schiaccia, perché la casa dove restano chiusi per le loro piccole orge sarà anche sorprendentemente grande e le loro musiche eccitanti ma restano pur sempre chiusi lì dentro, rimanendo all’interno anziché uscire per strada a protestare. I genitori sono assenti per quasi tutta la durata del film e appare evidente che le condizioni esistenziali dei due fratelli si assottigliano sempre più per la mancanza di un dialogo o di uno scontro con i propri genitori.


Per questo trovo che si tratti di un film che abbia solo le apparenze sessantottine, perché manca un confronto-scontro generazionale. Piuttosto è un film intimista che espone il disagio psicologico di un mancato dialogo tra genitori e figli e chissà, forse a seguito di questo, si aggiunge il disagio dell’incesto che è pur sempre un disagio. Lo trovo un film freudiano che si traveste da sessantotto ma che di sessantotto ha solo le musiche, gli arredamenti, i vestiti, il cinema.



I ragazzi sono tre perché oltre ai due bei fratelli parigini c’è anche un amico americano, l’occhio (necessario) esterno che li osserva, che li conosce, si incuriosisce e si innamora della ragazza ma che non riuscirà a tirarli fuori dal loro torbido legame affettivo, la ragazza infatti rimarrà legata al fratello fino alla fine, anche quando usciranno finalmente per strada rischiando la vita per le manganellate delle polizia nel mezzo di una manifestazione.



La canzone dell’ultima scena è la celeberrima “Non, je ne regrette rien”, forse anche quella una sferzata violenta da parte del regista, i due fratelli che si lanciano verso l’ignoto o verso la morte stessa a cuor leggero e senza rimpiangere nulla, come se tutto fosse andato bene e invece la ragazza poco prima aveva tentato un suicidio collettivo con la cannula del gas dopo aver constatato che i genitori che non tornavano mai dalle vacanze, erano arrivati dal viaggio, avevano visto la casa trasformata dopo festini e baccanali ma si erano limitati a lasciare un assegno su un tavolo accanto ai ragazzi dormienti ed erano spariti di nuovo.



Il disagio è tutto in quell’assenza genitoriale, in quel vuoto, in quella mancanza di direzioni affettive che le musiche dei Doors non possono colmare, per quello l’idea del suicidio. E il film dall’apparenza sessantottina diventa attuale per l’assenza del confronto.



Stupisce per questo la grande capacità di calarsi nell’attualità del disagio giovanile da parte di un regista che per la sua età anagrafica avrebbe rischiato di essere considerato semplicemente un nostalgico limitandosi a riprodurre l’epoca sessantottina. Bertolucci invece conferma la sua intenzione nell’introdurre la parte più intrinseca delle relazioni dei personaggi, insieme all’impudicizia nel mostrare il lato più oscuro e morboso delle relazioni psichiche.



Scene che hanno destato attenzione all’uscita del film, corollario di quell’epoca di disinibizione, sono la ripresa in sequenza rallentata e ravvicinata degli organi genitali del giovane americano e della ragazza parigina. Scene di apparente disinvoltura sono la scoperta di tracce di sangue mestruale nella vasca dove tutti e tre fanno il bagno, (con il giovane americano preoccupato e la ragazza che lo tranquillizza replicando che si tratta di “buone notizie mensili”) o il ritrovamento della biancheria intima usata della sorella nella stanza del fratello, segni di un mal celato rapporto incestuoso.



Per il resto gli scenari sessantottini sono garantiti dalle profonde conoscenze del maestro Bertolucci, basta soffermarsi sulle prime scene e vedere i film in bianco e nero della nouvelle vague che i protagonisti vedono attentissimi alla Cinémathèque Française, per godere della vasta conoscenza del regista al riguardo, così come per le canzoni francesi dell’epoca.



Presentato alla sessantesima edizione del festival del cinema di Venezia, potrebbe essere considerato un film per esorcizzare ciò che si voglia.


05 ottobre 2016
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