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COPENAGHEN ritorna a Roma al Teatro Argentina

COPENAGHEN ritorna a Roma al Teatro Argentina
di Chiara Merlo

Quando le leggi della matematica si riferiscono alla
realta' non sono certe e, quando sono certe, non si
riferiscono alla realta'.

ALBERT EINSTEIN

Un esperto è uno che conosce alcuni dei peggiori errori che può compiere nel suo campo, e sa come evitarli.

L'osservatore non può essere separato da ciò che osserva. Nessun osservatore, nessuna realtà da osservare

WERNER KARL HEISENBERG



(01 novembre 2017) Sulla piattaforma simbolica del Teatro Argentina di Roma ritorna la drammaturgia perspicace di Michael Frayn, attraversata in modo radicale dalla regia senza fronzoli di Mauro Avogadro. E mette a confronto, in un incontro nevralgico e ideale, la fisica quantistica di Werner Heisenberg, tedesco, e la fisica quantistica di Niels Bohr, ebreo: entrambi Premi Nobel per le scoperte fatte nel campo del nucleare.
Umberto Orsini, Massimo Popolizio e Giuliana Lojodice, nei panni dei tre protagonisti, rispettivamente Bohr, Heisenberg e moglie di Bohr, ci aiutano a riflettere, con i loro dialoghi netti e appassionati, sui "se" e sui "come", sui "perché" sia stata utilizzata la bomba atomica durante la seconda guerra mondiale.
Insieme a Massimo Popolizio, l’attore più giovane e caratterizzante della commedia, di indubbia bravura e sostenuta personalità, proviamo a spiegare perché questo testo a teatro abbia avuto così tanta fortuna e perché ogni volta che si è voluto riproporlo abbia trovato un così immediato e mai deluso scambio di emozioni fra il pubblico e i suoi attori.


- Ci troviamo di fronte a un testo complesso e difficile, perché ha scelto di interpretarlo, perché lo giudica importante e perché la gente che ancora non lo ha visto dovrebbe venire a teatro a vederlo? «Innanzitutto perché è un testo che è andato benissimo in tutte le parti del mondo, da Londra, dove è stato tre anni, a New York, in Spagna, Francia, Germania…quindi un testo collaudato sotto questo punto di vista. È difficile fino a un certo punto. Si certo è difficile perché non si parla di temi conosciuti benissimo, sono temi di fisica, storia, però è anche vero che attraverso questi temi, che non sono di amore, di corna o altro, attraverso proprio questi temi, scientifici, si mettono molto di più a fuoco i rapporti umani. Attraverso la scienza si riesce a parlare meglio dell’uomo. L’ho interpretato perché fare un personaggio storico è sempre meraviglioso ed è meraviglioso fare un personaggio storico come Heisenberg, uno scienziato dilaniato da problemi che durante la guerra, ancora oggi, sono validi. È stato come dire a uno scienziato iracheno, che cosa fai, ti tiri indietro, non aiuti più il tuo paese se Bush butta giù le bombe…anche se tu non sei con Saddam?»



– La storia ci ha insegnato che la scienza può essere deviata e che questa ipotesi non è più soltanto un’intuizione «Certo, e c’è un problema etico da continuare ad affrontare, il problema che è alla base dello spettacolo, un problema etico in assoluto. Tutto si sviluppa intorno a un incontro che successe veramente, è storia, nel 1941 a Copenaghen. C’era una possibilità utopistica da parte di Heisenberg di immaginare che se tutti gli scienziati avessero fornito la tesi che le risorse necessarie per costruire un reattore non c’erano, sicuramente si sarebbe potuta rimandare la costruzione della bomba atomica. Detta però da un tedesco!»



– E in effetti la bomba atomica l’hanno avuta in mano gli americani e non i tedeschi, pensa che il destino in qualche modo abbia scelto? «Più che il destino, la commedia dice che è la Teoria dell’Indeterminazione, di cui è stato fautore proprio Heisenberg, ad aver deciso. Non si parla nel testo di Dio, non si parla di coscienza o di destino, si parla invece di indeterminazione come visione filosofica della vita.»



– Il dilemma della coesistenza fra gli uomini può essere risolto soltanto da un punto di vista etico? La guerra cioè è quasi sempre inevitabile soltanto perché gli uomini non sanno stare bene insieme? «Il testo in verità non è un testo sulla Guerra, è un testo sulla Storia: sugli eventi storici del ’41. Per ciò che riguarda la guerra io credo che, probabilmente, spesso essa abbia più semplicemente delle ragioni economiche. Hitler non era un pazzo e basta, era l’espressione culminante di una certa classe borghese della Germania. E perciò non era l’unico pazzo! Il testo non si inerpica quindi nelle decisioni della guerra, pone invece sempre lo stesso problema: cosa deve fare uno scienziato se si stanno sperimentando delle cose che poi possono essere usate come armi di distruzione di massa? La sua passione in quel momento finisce o continua?»



– La scienza non può essere super partes. Va dunque tutto lasciato ai valori e alle intenzioni del singolo individuo, e quindi poi alle decisioni di chi la scienza la ha in potere, oppure può esserci un’evoluzione diversa dal progresso? «In questo testo spiccano molto i valori personali e quando si parla di scienza, si parla comunque di rapporti umani, come specialmente era a quei tempi. La scuola di Copenaghen e delle prime scoperte della fisica teorica, tra il ’24 e il ’27, era fatta di esseri umani che si confrontavano e scoprivano sistemi…passeggiando semplicemente su per i monti. Il furore scientifico e la passione scientifica erano fortissimi ma…era un po’ come parlare di ideologie, di religione, di senso della vita»



– Nel suo ruolo drammatico ha celato in sé diversi e profondi interrogativi legati a quell’incontro. Che valore dà, per esempio, al rapporto di amicizia e di stima fra l’ebreo e il tedesco, separati dalla Storia? «Il grande imbarazzo dell’incontro! Heisenberg non era un antisemita, mi sembra chiaro, è certo però che questo incontro arrivava nel momento in cui la Germania aveva già conquistato gran parte dell’Europa e gli ebrei cominciavano a essere deportati. È anche vero che Heisenberg ha fatto di tutto pur di salvare Bohr: le sue amicizie all’ambasciata hanno fatto si che Bohr potesse continuare a lavorare indisturbato e oramai schierato con l’Occidente anglo-americano. L’ha avvertito prima del rastrellamento. Di fatto poi, a Copenaghen non ci sono stati mai ebrei in quel periodo trasferiti in campi di concentramento grazie a Heisenberg»



– Che difficoltà ha avuto nell’interpretare gli spazi vuoti della scena? I testi contemporanei come questo si affidano a pochi oggetti, si affidano soprattutto alle parole. Che difficoltà ha avuto nell’interpretare questo testo? «È un testo che va a diversi piani: un piano del presente, uno del passato…sono tre fantasmi che si incontrano, la prima battuta è “siamo tutti morti e sepolti”. Sono tre morti che parlano del loro passato e lo fanno, certe volte in presa diretta “sono nel passato”, certe altre “è adesso che siamo morti” quindi dopo, e così via. Il tempo in palcoscenico è un dato superabile. Ogni oggetto perciò sarebbe stato inutile e superfluo. In realtà, questa aula di fisica è un cilindro dove i due scienziati hanno vissuto per tutta la vita, è il luogo dove sono state lanciate tutte le formule di quella loro complicata esistenza. La difficoltà nell’interpretazione è stata quella di dare l’impressione di esistere anche quando non si parlava». 



– Lei preferisce interpretare il dramma dilaniante e tormentato vissuto fra possibilità e incertezza del novecento o l’inevitabile e secco, senza soluzione di continuità, del teatro classico? «Mi è capitato di fare un po’ di tutto, non c’è una cosa che preferisco più di altre, certo ci sono dei ruoli che fino a poco tempo fa potevo tranquillamente interpretare e per i quali adesso sono fin troppo vecchio. Attore giovane, ho sempre fatto l’eroe romantico di testi classici. Sono comunque convinto che il futuro della drammaturgia sia…scienza, ecologia ecc. Temi molto forti, temi etici, religiosi…»



(questa è una vecchia intervista fatta a Massimo Popolizio quando lo spettacolo è andato in scena al Teatro Eliseo di Roma nel 2010)



visto al Teatro di Roma "Argentina" il 24 ottobre 2017


01 novembre 2017
Articolo di
nostoi
Rubrica:
Teatro


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