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I MASNADIERI. Uno Sturm und Drang delle passioni. Sul podio Roberto Abbado. Regia Massimo Popolizio.

I MASNADIERI. Uno Sturm und Drang delle passioni. Sul podio Roberto Abbado. Regia Massimo Popolizio.
di Alessandra Bernocco

Nemmeno l'uomo più buono può stare in pace, se ciò non garba al cattivo vicino

Friedrich von Schiller
(29 gennaio 2018) La sensazione che avevo avuto assistendo a Ragazzi di vita, lo spettacolo pluripremiato che Massimo Popolizio ha diretto a partire dal romanzo di Pasolini, era di un susseguirsi di scene rotolanti, che si generavano l’una dall’altra secondo un principio iconografico più che testuale. Erano le immagini che reggevano il filo delle parole, più del contrario. Succedeva che con la coda dell’occhio, assorti a osservare la scena portante, si cominciasse a percepirne una seconda, una terza e un’altra ancora, un po’ più in là, un po’ più indietro, un po’ più in alto - la spiaggia, il tram affollato, il ballatoio di una casa, la processione a un funerale. Scene che germogliavano e lievitavano mentre la precedente si dissolveva o virava in un’altra, ma in modo liquido, senza rotture, spostando il perno di un equilibrio che restava costante, preservandoci dai siparietti finto-brechtiano o dalla forzata alternanza luce - buio.


Ecco. Questa sensazione devono averla avuta anche i vertici del Teatro dell’Opera, che hanno affidato a Popolizio la regia de I masnadieri di Giuseppe Verdi nella direzione di Roberto Abbado, subito dopo avere visto Ragazzi di vita.



Lo ha dichiarato in conferenza stampa il sovrintendente Carlo Fuortes e Popolizio, da parte sua, non si è fatto pregare.



Trentacinque spettacoli con Luca Ronconi, con ruoli primari, e la possibilità di assistere alle prove degli allestimenti di lirica, hanno creato l’humus su cui innestare il proprio discorso, libero da soggezioni e ansie di emulazione eppure significativamente forgiato.



L’idea di spazio, le geometrie che si ricreano, le scene mobili arrivano da lì e l’opera lirica, dove la parola è accessoria, è in questo senso il più attendibile banco di prova. 



E quindi poco conta se il libretto tratto dalla complessa e densa opera di Friedrich Schiller gli è parso (parole sue) una  specie di Bignami. Qui non si tratta di far volare le parole, di immergersi nella sintassi per  smontare e rimontare la costruzione, ma di mettersi al servizio della musica e del canto, indiscussi protagonisti.



“Lavorando con i cantanti ho imparato a rispettare la loro fatica. Gli attori sono liberi di inventare un ritmo pur muovendosi all’interno di paletti dati, i cantanti devono rispettare ritmi prestabiliti”.



E questo significa anche un rapporto diverso con la gestualità, meno libera di arrischiarsi, avvantaggiata invece dalle strutture mobili, dai ponti, dalle scale e dai dislivelli, che danno alla scena una dinamicità propria. Piattaforme rotanti che racchiudono ambientazioni diverse creando nuovi punti di osservazione, pedane che salgono e scendono disegnando prospettive e ricalibrando equilibri in divenire.



Anche qui succede di accorgersi che il quadro è mutato spostando  di poco lo sguardo, o di assistere a una scena di massa mentre si forma emergendo lentamente dal basso, a  conquistare il primo piano.



Sono le scene più suggestive, quelle corali, che  beneficiano molto dei costumi di Silvia Aymonino, dai colori neutri, che riportano a un mondo arcaico ma senza connotazioni specifiche, dove la violenza è archetipica e  si legge attraverso asce e falci, armi e cavalli  stilizzati.



E in un Medioevo di barbarie stilizzata, Popolizio sceglie di retrodatare la vicenda ambientata da Schiller nel diciottesimo secolo.  Lo Sturm und Drang di passioni, cattive e buone - tradimenti,  invidie, gelosie intestine tra fratelli che molto ricordano il doppio shakespeariano Edgar – Edmund di Re Lear, l’amore conteso e disperato, l’ingratitudine filiale, il rimorso e la vergogna-, trovano forza in un racconto di sapore gotico che si sviluppa ispirandosi alle immagini de Il trono di spade.



Immagini che funzionano anche da sintesi drammaturgica, laddove il libretto di Andrea Maffei è carente rispetto alla storia, insufficiente a spiegare l’evoluzione dei personaggi, le scelte, i passaggi di condizione. 



Per questo, per esempio, Carlo il masnadiero, che masnadiero non è e non riesce a diventare, non lo si vede mai fisicamente compromesso con l’orda selvaggia di quella masnada, ma su un carrello rialzato, zona franca che dice di un’indole altra, incontaminata, un uomo di lettere che ha letto Plutarco, sporcatosi poi per rappresaglia, per una caduta di cui proverà una definitiva vergogna.



Il monologo di Carlo che sceglie i masnadieri quando si crede bandito dal padre, è un momento non felice anche secondo Roberto Abbado. “Un monologo troppo scarno –ammette - che forse un Verdi più maturo avrebbe sviluppato di più”. Tuttavia precisa che I Masnadieri “non sono un’opera minore e nascono anzi da un grande fermento culturale, ci sono personaggi bellissimi come quello del padre,  Massimiliano, e due cori completamente distinti”.



Rappresentata per la prima volta a Londra nel 1847, l’opera è stata a Roma al Teatro Costanzi solo una volta, nel 1972, con la direzione di Gianandrea Gavazzeni e la regia di Mario Missiroli.



Questo allestimento  resterà in cartellone fino al 4 febbraio e vedrà nel ruolo dei due fratelli Carlo e Francesco due cast diversi: Stefano Secco e Giuseppe Altomare (2 febbraio) per Carlo e Artur Rucinski e Andeka Gorrotxategui (27 gennaio e 2 febbraio) per Francesco. Nel  ruolo di Amalia Roberta Mantegna e in quello di Massimiliano Riccardo Zanellato. Arminio è Saverio Fiore, Moser  Dario Russo e Rolla Pietro Picone.



Scene di Sergio Tramonti, costumi Silvia Aymonino, luci Roberto Venturi, video Luca Brinchi e Daniele Spanò.  



Maestro del Coro, Roberto Gabbiani.


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