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Intervista su: IL GABBIANO di Cechov, regia Giancarlo Nanni, ripresa da Manuela Kustermann

Intervista su: IL GABBIANO di Cechov, regia Giancarlo Nanni, ripresa da Manuela Kustermann
di Alessandra Bernocco

Non si deve rappresentare la vita com'è o come dovrebbe essere ma solo come appare nei sogni

Anton Cechov
(08 febbraio 2018) Parla MANUELA KUSTERMANN

Aleggia sulla scena al di là di ogni forma il gabbiano di Cechov, con l’aerea leggerezza di un volo che si leva da terra e poi a terra ritorna, fino al suo ultimo giro. C’è il gabbiano nel lungo drappo di velluto nero che gli attori tutti si accomodano sulla spalla, con lo stesso identico gesto, in successione, disegnando la prima figura d’insieme. C’è il gabbiano nei movimenti lenti della danzatrice che ne assume le spoglie, e in quel fazzoletto d’argento che pare liberarsi (o librarsi?) dalle mani di Irina in un saluto che è già nostalgia.


E’ la quintessenza del teatro d’immagine questo Gabbiano che Manuela Kustermann e la compagnia Fabbrica dell’Attore hanno ripreso da una regia di Giancarlo Nanni, datata 1998.



E immediatamente viene da fare una considerazione.



1998 significa vent’anni fa  e  venti’anni fa significa qualcosa di molto diverso dagli anni settanta, gli anni in cui è nato e si è sviluppato quel teatro di ricerca che partiva dalle cantine, di cui Nanni fu tra i maggiori esponenti.



E allora come mai questo lavoro sembra riportarci proprio lì, o certamente in un tempo antecedente  a  quello in cui è datato? Come mai l’impressione è di trovarsi di fronte a un classico del teatro di immagine, un pezzo di repertorio custodito con cura per essere studiato, analizzato, magari usato come pietra di paragone? 



La risposta la si trova proprio nelle ragioni della sua ripresa, per nulla casuale. Questo spettacolo, più di altri firmati da Nanni negli anni novanta, è una sintesi perfetta della sua poetica immaginifica,  del suo pensiero poietico di pittore divenuto regista.



Era la sua formazione artistica infatti, confluita nella regia in modo naturale e necessario,  che tornava fuori quando il lavoro sapeva prendersi tempo.  E questo Gabbiano, incominciato con un laboratorio durato più di un anno, ne è evidentemente l’esempio. 



Ne parliamo con Manuela Kustermann che ha tradotto e adattato la commedia di Cechov e curato la regia conformemente all’originale. Complice la stessa compagnia di allora, a parte i due interpreti di Nina e Kostya, per ovvie ragioni anagrafiche.



- Uno spettacolo nato da un laboratorio. Come si era sviluppato il lavoro nell’arco di un anno?



"Il laboratorio era incentrato sul primo atto e ha prodotto un primo spettacolo indipendente che abbiamo persino portato in tournée. Era una chicca a sé nata da una serie di improvvisazioni via via selezionate, congelate e riproposte nella forma che ora è il primo atto.  Il secondo atto invece segue più strettamente il percorso cechoviano".



- Come definirebbe oggi il teatro di Giancarlo Nanni?



"Nanni è stato uno dei pittori belli e dannati degli anni settanta, i pittori di piazza del Popolo, e  i suoi spettacoli li componeva come fossero quadri. Il suo era un teatro nel segno della bellezza, che non ha  niente a che vedere con certa estetica del brutto che circola oggi. Lì la gestualità, i suoni, le luci che occupano lo spazio, i colori, sono pensati per essere belli. E il consenso del pubblico, oggi,  dimostra che lo spettacolo regge a  dispetto degli anni e delle mode".



- Com’era il suo rapporto con il testo scritto?



"Un rapporto innanzitutto emotivo. Dei testi rappresentava le emozioni che provava leggendo, e lo faceva attraverso una drammaturgia scenica che trasformava in immagini le suggestioni, le metafore, il simbolismo del testo. La temporalità, le relazioni, la psicologia dei personaggi era successiva". 



- Per il Vascello il 2018 è un anno di celebrazioni.



"Infatti, oltre ai vent’anni di questo spettacolo, che abbiamo voluto riprendere proprio per ricordare Giancarlo, ricorrono anche i cinquant’anni della cooperativa La Fabbrica dell’Attore, e i trenta del teatro Vascello, la nostra resistenza".  



- Il Vascello è ormai uno dei teatri più conosciuti a livello cittadino se non nazionale, ma è anche fortemente radicato nel quartiere di Monteverde Vecchio, un’isola felice in questa capitale. Com’è cambiato il pubblico e il vostro rapporto con esso? Ha senso per voi parlare di fidelizzazione nei confronti del quartiere?



"In generale il pubblico oggi è più pigro, meno disposto a mettersi in gioco e meno aperto alle novità. Noi in particolare abbiamo cercato di superare negli anni la diffidenza iniziale di chi ci vedeva come teatro troppo improntato alla ricerca, all’avanguardia, lontano dalla gente. Ma io penso che al teatro ci si debba abituare da giovani, grazie a incontri  fortunati, spettacoli e stimoli giusti. Oggi manca una cultura dello spettatore e molta responsabilità ce  l’ha la scuola e le istituzioni, per un verso, e la televisione, per l’altro. Quello che bisognerebbe trasmettere è l’idea che il teatro è unico e irripetibile,  il teatro succede in quell’istante e ogni sera è diverso e  ti può dare emozioni che né la televisione né il cinema possono darti".



TEATRO VASCELLO  (1° - 18 febbraio 2018)



Personaggi ed interpreti Irina Arkadina Manuela Kustermann Kostya Lorenzo Frediani Sorin - Dorn Massimo Fedele Nina Eleonora De Luca  Nina russa Anna Sozzani Masha Sara Borsarelli Trigorin Paolo Lorimer Medvedenko - Dorn Maurizio Palladino



Musiche Lucio Battisti, Philip Glass, Meredith Monk, Michael Walton Scene  Giancarlo Nanni costumi Manuela Kustermann Luci Valerio Geroldi direttore di scena Danilo Rosati movimenti di scena Rocco Nasso assistente regia Gaia Benassi foto di Tommaso Le Pera regia Giancarlo Nanni ripresa da Manuela Kustermann


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