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La democraticità del Web

La democraticità del Web

Sembra che ormai nulla potrà fermare la nuova rivoluzione tecnologica e sociale portata dal cosiddetto Web 2.0. Operatori, grandi aziende e perfino le istituzioni stanno pian piano rendendosi conto delle potenzialità di un media sviluppato dal basso. Così, nonostante un certo “attrito statico” rispetto alla sensibilità dell’utente medio, che ormai padroneggia perfettamente termini come “Social Network”, “Facebook”, “Twitter” e “Linkedin”, anche “lato business” sta cominciando un processo interessante volto a cercare l’interazione diretta; da una parte, ovviamente, per trovare nuovi mercati e nuove opportunità di profitto, dall’altra per evitare di farsi “travolgere dall’onda rivoluzionaria”, che altro non è se non un esempio di democrazia operata ribaltando il contesto, dando voce agli ultimi, agli utenti.


Il concetto che sta alla base del Web 2.0 è fondamentalmente molto semplice, ma per realizzarlo c’era bisogno di una piattaforma tecnologica che solo da pochi anni è diventata realtà. Partiamo dal Web 1.0: è il web come eravamo abituati a conoscerlo fino a ieri. Un sito i cui contenuti vengono aggiornati più o meno frequentemente, con grafica accattivante, sempre più evoluta certo, ma con un limite: l’utente finale è sempre dietro ad una vetrina. Il Web 1.0 è cioè “read-only”, può essere letto ma non scritto, è possibile interagire con esso solo nei termini consentiti dallo sviluppatore e le possibilità di feedback sono relegate a pochi strumenti marginali.

Col passaggio alle piattaforme 2.0 cade quest’ultima barriera ed il web diventa “read&write”. Chiunque può agevolmente immettere informazioni, dialogare con altri utenti, creare gruppi di opinione e tutto quello che può venire in mente di fare è a portata di mano. A ben vedere la rivoluzione “democratica” del Web 2.0 sta solo in questo: oggi internet è il media più democratico che esista perché trasmettere costa come ricevere. Fino a ieri chi voleva "informare" doveva darsi alla carta stampata, creare una stazione radio o un canale televisivo ed aveva dei costi esorbitanti, di molti ordini di grandezza superiori rispetto al dispositivo necessario a ricevere le informazioni (un giornale, una radiolina, un televisore). Oggi, invece, anche con un telefonino è possibile immettere agevolmente contenuti in rete immediatamente disponibili (pensate a Twitter). Se poi aggiungiamo a tutto questo la maturità dei sistemi di georeferenziazione GPS, il limite di quello che si può fare sta solo nella fantasia.

C’è anche un altro fattore, un fattore “abilitante” alla democrazia. Il baricentro del web si sposta sugli utenti: sono loro che creano gruppi, scambiano informazioni, contribuiscono a creare una “Web Reputation”. In tutti i social network esistono gli “Opinion Leader” (in alcuni contesti chiamati addirittura “Evangelist”), persone in grado letteralmente di creare o distruggere la Web Reputation di questo o quel “Brand”, ovvero i nomi noti dell’industria mondiale, e dare voce a chi prima non aveva alcuna possibilità di critica. Ma c’è di più. Nel Web 2.0 ogni utente diventa titolare indiscusso dei propri dati. Dati che vengono affidati ai sempre più capienti archivi dei Social Network e non più distribuiti in giro nel web con una serie infinita di registrazioni a questo o quel sito. Una miniera inesauribile di informazioni che i Social Network amministreranno per noi, rendendoli invisibili ai “Brand”, ma fino a che punto?

Non sono lontani i giorni in cui, a dispetto della privacy, riceveremo sui nostri telefonini questo messaggio. “Bentornato a Londra. Perché non saluti il tuo amico Fabio? Siete nello stesso gruppo “Amici del cappuccino” su Facebook! Si trova proprio dall’altra parte della piazza … e viene verso di te. Se andate insieme al “The National Café”, presentando questo messaggio avrete uno sconto di 50 cent sulla vostra consumazione!”.

di Carmelo Primiceri





Pubblicato il 26 ottobre 2009 da carmelo. - LiberaMente




 
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