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Strange Fruit

Strange Fruit

" Gli alberi del Sud producono uno strano frutto, sangue sulle foglie e sangue sulle radici, un corpo nero che ondeggia nella brezza del Sud, uno strano frutto che pende dai pioppi…qui c’è un frutto che i corvi possono beccare, che la pioggia inzuppa, che il vento sfianca, che il sole marcisce, che l’albero lascia cadere, qui c’è uno strano e amaro raccolto”.
(Abel Meeropol)
(19 gennaio 2010) Alla luce del sole.

Come i mandarini che marciscono a terra, i frutti della Calabria, cadono ancora uomini dall'albero degli impiccati.


Ma come dice Saviano, non accontentiamoci di letture ciniche e superficiali dei fatti. Non accontentiamoci di sapere che c’è la ‘ndrangheta in quella regione, che sono razzisti, come sono razzisti anche gli altri italiani. Siamo razzisti. Su questo non c’è dubbio, né ragionamento che in qualche modo possa essere esimente. Crediamo invece, come dice, che quei neri stiano cadendo al suolo anche per noi, combattendo aspramente, e perché, diversamente che da noi, non difendono altra scelta se non resistere alla morte. Desiderio mordente di essere felici. La possibilità anche remota di trapiantare generazioni future.



“Non andatevene, non lasciateci qui da soli a combattere contro le mafie…”, questo l’appello fatto da Saviano a quegli africani, perché noi del Sud, diversamente, non combatteremo, e tutto resterà così com’è. Piegati, più volte abbiamo abbandonato il campo, consapevoli di non sapere che essere vigliacchi. Soli. Mai insieme per una dignità comune come voi. Non abbandonateci. Soli siamo stati lasciati da troppo tempo, e adesso ci siamo abbrutiti, e ci troviamo soli, uno per uno, in questa caverna di primitivi. Non abbiamo eroi, non la forza e neanche la voglia di andare avanti. Emigranti per tutto il Novecento, e ancora adesso, da nessuna parte ci accolgono benevolmente, non possiamo neanche più tornare là dove adesso c’è soltanto imbarbarimento, e così ci siamo aggrappati al futuro di altri popoli. “Un’emorragia” di uomini rozzi e ignoranti dispersi in tutto il mondo, continuamente offesi da altri Calabresi che si sono appropriati del nostro futuro, della nostra storia, arricchiti uccidendo, corrompendo, violentando i giovani, i frutti restati attaccati agli alberi e perciò anche quelli…inevitabilmente caduti a terra e diventati marci. Frutti marci di una terra marcia. Terra in decomposizione dove brulicano vermi.



E invece le letture politiche sono altre, devono essere altre, e perciò non ci accorgiamo, come dice Saviano, che in questa ribellione c’è una possibilità, una possibilità davvero enorme di cambiamento. Un cambiamento che però non può essere più il nostro, schiavi di noi stessi, schiavi di aver trovato in qualche modo un riparo sicuro nell’indifferenza, anche se a scapito degli sfruttati, anche se a spregio di chi è più debole di noi…una modalità minima di sopravvivenza. rinunciando a un’evoluzione consapevole e culturale della nostra gente. Soffochiamo in questo modo ogni pollone nuovo dentro la rabbia che ci portiamo dietro da secoli, ma senza farla esplodere rifiutandoci al sopruso.



Malarazza che siamo. Ignavi e soli. Senza avere avuto mai dalla nostra neanche l’intelligenza di storici e sociologi. In un’eterna occupazione, ora della mafia, dove il saccheggio ci ha depauperato di ogni risorsa. E dove ogni risorsa è stata portata via, strappata a forza con tutte le sue radici.



di Chiara Merlo


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