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Il dissesto idrogeologico in Italia

Il dissesto idrogeologico in Italia

La Terra è un grande organismo che reagisce alle sollecitazioni a cui è stata, ed è, sottoposta costantemente da milioni di anni (i cosiddetti tempi geologici), creando sempre nuovi equilibri; queste sollecitazioni provengono dall’interno della terra stessa, dato che tutto è in movimento (terremoti, movimenti tettonici, deformazioni, fratture), e dall’esterno (agenti climatici, erosione…).

Le rocce e i terreni, a causa di queste sollecitazioni si alterano, modificando la loro struttura, la consistenza e la compattezza, e diminuiscono, a poco a poco, la loro resistenza...fino a quando, diventando più vulnerabili, si adattano, cercando un nuovo equilibrio attraverso un nuovo assetto più rispondente alle mutate condizioni di resistenza.
Come? La risposta ora sembra banale…franando.

Eseguire studi e previsioni sulle dinamiche dei movimenti franosi è alquanto complesso e articolato, ma è noto a tutti (addetti ai lavori e non) che le frane si verificano durante e a seguito di ingenti e/o persistenti precipitazioni.

La saturazione degli spazi vuoti del terreno (e c’è ne sono parecchi) dovuta all’acqua ne aumenta notevolmente il peso, lo fluidifica, e fungendo da lubrificante ne fa scivolare un certo spessore (più o meno profondo a seconda delle caratteristiche del terreno/roccia stessi) verso le quote più basse.

La storia geologica dell’Italia, in cui non entriamo in merito per brevità di testo, fa si che in molte aree ci siano quelle cause predisponenti il dissesto idrogeologico di cui si è parlato poc'anzi.

Ma l’uomo cosa centra con un fenomeno che abbiamo detto essere naturale?

L’utilizzo indiscriminato del territorio, credendolo una risorsa illimitata nello spazio e nel tempo, associato con l'uso di zone a rischio di calamità naturale, disturba i fragili equilibri naturali presenti in queste zone.

L'instabilità dei versanti è praticamente inevitabile quando l'intervento dell'uomo è un disboscamento selvaggio, poiché questa è la principale causa di colate di fango e detriti.

L’urbanizzazione e l’agricoltura invadono i canaloni, i fondovalle, i letti dei fiumi che costituiscono il naturale deflusso delle acque di precipitazione...trasformandoli in strade, piazze, strutture sportive, campi coltivati ecc., a forte rischio idrogeologico e capaci di innescare e amplificare fenomeni di dissesto e frane di notevole entità.

Il continuo incessante prelievo di inerti dai letti dei fiumi rompono il delicato equilibrio fra i processi di erosione e deposito di sedimenti, con le conseguenze che tutti conosciamo.

Questi esempi illustrano solo alcuni aspetti di un continuo crescendo che estende le cause naturali a maggiormente antropiche. Queste ultime quindi non possono e non devono essere separate da quelle naturali. L'intervento dell'uomo ha giocato e gioca un ruolo fondamentale per quanto riguarda l'incoraggiamento dei fattori naturali che precedono le frane.

Il dissesto idrogeologico in Italia mette in evidenza l’inadeguata programmazione e pianificazione del territorio in cui la difesa del suolo non avviene attraverso un “approccio sistemico”, né soprattutto attraverso un approccio di tipo “urbanistico”.

La realizzazione di complessi di strutture che dovrebbero contenere i dissesti sono inefficaci nel tempo, in fondo sono “corpi estranei” che il suolo non riconosce e quindi rigetta. Se si pensa poi alla costante non applicazione delle norme, si ha la certezza che le politiche di intervento sulle problematiche del dissesto idrogeologico non contemplino un'adeguata strategia di prevenzione e mitigazione del rischio geologico.

Eppure l’Italia è uno dei paesi più all’avanguardia riguardo a produzione di studi, ricerche, progetti e documenti riguardo alla difesa del suolo, alla vulnerabilità del territorio e al dissesto idrogeologico. Esiste una mappatura e relativo monitoraggio del territorio, riguardo ai cosiddetti “rischi geologici”, particolareggiato che oserei dire esteso fino alla singola particella catastale.

Il Ministero dell’Ambiente nell’anno 2000 ha pubblicato il rapporto/dossier: “classificazione dei comuni italiani in base al livello di attenzione per il rischio idrogeologico”. Tale rapporto è stato predisposto dal servizio per la difesa del territorio e dalla segreteria tecnica per la difesa del suolo del ministero dell’Ambiente, in collaborazione con l’ex ANPA (agenzia nazionale per la protezione dell’ambiente) e il dipartimento per i Servizi Tecnici Nazionali.

E’ un documento, se pur qualitativo, scientifico, ricavato da un lavoro di ricerca, durato alcuni anni, basato sui dati forniti da: CNR-IRPI, Gruppo Nazionale per la Difesa delle Catastrofi Idrogeologiche, Dipartimento della Protezione Civile, Servizio Geologico Nazionale, Servizio Idrografico e Mareografico, ISTAT.

Il risultato era già allora allarmante: Il 30,8% dei comuni (2498) avevano un livello di attenzione per il rischio idrogeologico elevato; il 14,5% (1173) molto elevato per un totale di 45,3% (3671) (oggi si parla del 70%). Nella classificazione, come già detto, si tiene conto di numerosi fattori, alcuni dei quali mostrano direttamente la vulnerabilità del suolo e la propensione naturale al dissesto idrogeologico.

In particolare si è fatto ricorso: al censimento delle aree del paese colpite da frane e da inondazioni per il periodo 1918 - 1994 riportati nell’Archivio del Progetto Aree Vulnerate Italiane (AVI); alla Carta della classificazione dei territori comunali, in base alla propensione al dissesto (indice di franosità) del territorio, predisposta dal Servizio Geologico Nazionale; all’analisi, ricavata dalle cartografie elaborate dal Servizio Idrografico, che indica, sempre a livello comunale, la probabilità dell’esistenza di un evidente rischio idraulico.

Successivamente, attingendo anche dai dati del rapporto di cui sopra, dal D.L. 180/98 e successive modificazioni (Decreto Sarno) sono nati i “Piani Stralcio Bacino per l'Assetto Idrogeologico" (PAI), finalizzati alla realizzazione di una cartografia dettagliata delle perimetrazioni e valutazione di aree a rischio di frana, alluvione ed erosione costiera.

Il PAI, come sancito dalla legge 11/12/00 n. 365, art. 1bis comma 5, ha valore sovra ordinatorio su ogni strumentazione urbanistica locale, ponendo vincoli e/o divieti. Alla stesura di tale strumento, fornendo dati a livello locale, hanno collaborato anche i comuni, le province e le regioni.

Tutto questo per dire che l’Italia è dotata di efficaci strumenti di pianificazione e gestione del territorio, ma che purtroppo rimangono sulla carta, per non parlare dell’esistenza di numerosi enti, istituzioni, organismi, statali e non, sparsi in tutto il territorio nazionale con competenze, giuridiche e tecniche, specifiche, ma spesso sovrapposte, e a volte contrastanti.

La conclusione si tira da sola...sembrerebbe logico pensare che la prevenzione sia l’unico strumento efficace per attenuare i rischi derivati dal dissesto idrogeologico “congenito” del territorio italiano.

Gli eventi degli ultimi mesi indicano che bisogna ripartire per una politica seria ed efficace di prevenzione e di difesa del suolo, e questo si potrà attuare, un giorno, solo cambiando radicalmente la mentalità a non considerare più l’ambiente come una risorsa infinita da cui continuare a “ prelevare” indiscriminatamente.

Intanto si continua a lavorare sodo solo sulle emergenze, con poca efficacia e con un enorme spreco di denaro pubblico, appunto per arginare i disastri che periodicamente colpiscono il territorio, a volte con un alto tributo di vite umane.

di Ivano Paolo D’Ambrosio

19 marzo 2010
Articolo di
nostoi
Rubrica:
Ambiente


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