Un testo di Daniela Ariano con la regia di Francesco Marino.
Questo spettacolo parla di famiglia, e ne parla alla gente venuta in casa.
L’esperienza all’inizio è quasi forzata, anche se le aspettative degli ospiti/spettatori corrispondono esattamente a quelle di chi va usualmente a teatro per divertirsi e passare una serata diversa, traslando la propria vita su una realtà di scena non troppo distante.
Ma in appartamento, nell’appartamento di uno spettatore come noi, quella distanza si è annullata completamente trasformandosi presto in qualcosa di più invasivo, un racconto più esauriente, più difficile da gestire, senza filtri, senza poter far finta di non voler capire.
Siamo solo a un passo.
Che si vada in casa di altri a mettere in scena una storia della propria famiglia può sembrarci quasi inadeguato, eppure funziona, l’immedesimazione è tanto difficile quanto più efficace.
Gli attori sono veramente vicini a noi, e noi fisicamente coinvolti, pur dovendo far finta di essere trasparenti.
Trapassano la nostra attenzione con crudeltà. L’effetto è immediato. Ci sentiamo tutti partecipi di una storia vera, messi dentro e senza possibilità di intervento, senza neanche riuscire a sentire l’impulso di applaudire.
È un’esperienza surreale, estrema per chi è abituato a vivere il teatro in sala. Come parenti o vicini siamo alla cena di tre personaggi che soffrono il dolore dell’assenza.
Siamo direttamente da loro, ma per loro non possiamo far niente. Restiamo in ascolto pazienti ed attenti di fronte alle trame di un padre ed un figlio che non si conoscono eppure si odiano.
Giorgio è un uomo stanco che ha passato la vita ad arricchirsi con imbrogli e artifici. Ha lasciato la compagna con cui viveva prima e con la quale aveva avuto due figli, tra cui Teodoro, per mettersi con una ragazzina, completamente assoggettata.
Teodoro è il figlio, ma di un’altra generazione, idealista convinto, innamorato, ricambiato, di quella giovane moglie. Un intreccio non inconsueto fatto di conflitti, paure e tensioni interiori.
Alla fine Teodoro muore, ma il padre, vecchio e malato, continua a comportarsi come se Teodoro ci fosse ancora. Si rivolge a lui anche se è solo un fantasma. Esattamente come si rivolge a noi, fantasmi occasionali di quella stessa casa, con tutti i nostri pensieri segreti. Anche un gatto si aggira curioso tra le ombre e le assenze, ma nessuno di noi può palesarsi, neanche per fargli una carezza.
Un’operazione molto interessante. Il regista deve avere pensato: se non riusciamo a portare gli spettatori a teatro, si può sempre pensare di portare il teatro direttamente a casa degli spettatori.
Bravi gli attori: Carlo Ettore, Sebastiano Gavasso e Valentina Bruno (ancora in scena, in altri appartamenti della Capitale).
di Chiara Merlo
Pubblicato il 21 giugno 2010 da nostoi. - CondizioniTeatrali