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Ragionare il volgare

Ragionare il volgare

«A paragone degli animali che dicono sempre di sì alla realtà [...] l’uomo è “colui-che-può-dire-di-no”»
(da "Il Leviatano e il silenzio delle parole" - M.Scheler)
(26 ottobre 2010) Se ci mettiamo dal lato dell’antropologia filosofica, Hobbes dimostra che, per la componente competitiva della natura umana, “lo stato di natura” è “una guerra di tutti contro tutti” e perciò la vita diventa solitudine, brutalità, violenza e miseria.

"Chi non è in grado di auto conservarsi, perché più debole, ricerca la pace e di conseguirla. Di qui il metodo contrattualista: gli uomini troveranno regole comuni, sacrificheranno parte della loro libertà in cambio della tutela e del rispetto delle regole stabilite, stilate nero su bianco su un contratto sottoscritto, e faranno riferimento a un unico grande rappresentante istituzionale, il Leviatano".


Il compromesso e il consenso stabiliscono le regole, anche le più inique. E più le persone sono deboli, più diventano accondiscendenti, dicono-di-si, e questo specie in un sistema “democratico” dove il potere viene gestito inconsapevolmente dalla massa-indistinta-degli-individui attraverso un solo soggetto.



La dittatura della maggioranza è perciò solo una sorta di “quantitismo” politico (economico), e di fatto dispotico e autoritario, in un contesto di società così detta egualitaria, ma nel senso di piatta e fragile, dove ognuno deve “per forza”, cioè per incapacità/impossibilità, corrispondere quantitativamente all’altro, senza poter essere diverso (diventando altrimenti minoranza, se non devianza!), e dove tutti hanno non soltanto gli stessi abiti e oggetti, ma insieme un pensiero minimo comune, ingigantito come unico semplicemente dal cumulo dei consensi, eppure dati per sopravvivere. Pensiero unico e paura da diventare stereotipo e pregiudizio.



Anche il linguaggio diventa “egualitario” in questo modo, ma tecnomorfo (su misura della tecnica, non antropomorfo, a misura dell’uomo), universalmente (globalmente) uniforme, concordato, convenzionale. Perciò generico e sfocato. In ultimo svuotato e ricolmato di disoneste quanto deterministiche speculazioni teoriche e solo di parte. L’uomo che da sempre, antropologicamente, usa la parola e il ragionamento per “complicare” (complessizzare) la natura di ogni indagine, proprio per inserire attraverso gli strumenti razionali del ragionamento, dell’etica e della parola, nuove variabili, come la giustizia, si trova a questo punto della sua esistenza politica (e sociale) assolutamente sprovvisto di significati che non siano stati già “manomessi” e insieme, dai più, distorti. Allo stesso tempo, senza neanche più “questioni”, dubbi filosofici da procurare, provocare (filosofia nel senso di sintesi di conoscenze), non ci può essere il tentativo di scardinare, disinnescare il monolitico e il primitivismo.



Nell’attesa che nuovi significati, forse anche sotterranei, riescano a loro volta a contra-dire questo “sistema” di poteri nella/della comunicazione, e che il sistema si dia da sé i suoi anticorpi, noi ragioniamo senza parole, mentre il linguaggio si fa dominare fino a dominare. Ritorneranno mai parole nuove a esprimere uomini come individui? Certo senza parole com-prese l’individuo, solo, rimane un’entità oggetto senza pensiero. Aggiunto agli altri produce invece un tale cumulo di verità e di volontà, in schemi-modulo di linguaggio più e più perpetuati, da rappresentare per il Leviatano ogni perverso slogan da condividere. Non basterà dire di no per distinguerci dagli animali, dovremo costruire società "nuovamente" democratiche senza il tiranno, o dove il tiranno venga riconosciuto come tale, benché scelto. E questo anche grazie alle parole.



di Chiara Merlo


26 ottobre 2010
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