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“Hedda Gabler” di Ostermeier (da Ibsen) al teatro Argentina di Roma

“Hedda Gabler” di Ostermeier (da Ibsen) al teatro Argentina di Roma
di Chiara Merlo

Il vuoto è in noi. Non è necessario produrlo. Basta trovarlo.

Roger Munier
(Il meno del mondo, 1982)

La cattiveria nasce da sentimenti negativi come la solitudine, la tristezza e la rabbia. Viene da un vuoto dentro di te che sembra scavato con il coltello, un vuoto in cui rimani abbandonato quando qualcosa di molto importante ti viene strappato via

Ryu Murakami
(Tokyo soup, 1997)
(07 novembre 2013) Tu non puoi guardarla troppo da vicino la costrizione, ti ci ficchi dentro, né il degrado delle relazioni in cui stupidamente ti sei cacciato. Non puoi far altro che supporla la cattività umana in cui ti trovi, astrattamente, per sentire, solo dopo che ti sei impiastricciato della tua stessa melma, di volerne inutilmente fuggire impedito.

Ecco perché il regista ti fa ruotare attorno tutte le prospettive di fuga possibili, con uno specchio che ti perseguita fino a sotto i mobili, negli angoli stretti in cui ti nascondi, a farti cogliere, senza scampo, quella ripetuta, ostinata sconfitta dell’animale che si trova in gabbia, ma che pure patendo non riesce, non vuole scappare. Intimato da dentro all’impotenza.

E davvero non c’è possibilità di evasione da come siamo stati pensati dall’altro, se non con l’idea della morte, che però solo a noi stessi ci sottrae. Il dolore resta nell’aria come una fragranza stantia. Senza fragore, con un eroismo e un coraggio che solo in pochi possono reggere. Un suicidio anomico per un finale senza spiegazioni: scivolare via da quel meccanismo e niente altro.


Ogni volta impediti al passo da pareti fittizie, che per il loro movimento forzato di contrapporsi a ogni tuo cambiamento, un momento crescono di qua, e un momento dopo, anche solo immaginate, crescono di là. Ed è alle pareti che alla fine ti arrendi, esausto, e delle pareti ti fai ornamento, anche solo a voler escogitare una mossa imprevista, a prenderti il tempo per pensare, appoggiato, a un’altra possibile fuga che non sia stata ancora tentata. Che sia solo una cattura mentale? Un’inutile speculazione intellettuale sull’inevitabile? A guardare è come in un quadro denso di luce di Hopper. Ma sono “nudi” in movimento, seppure il movimento è imposto o soltanto apparente.



Sarà un nuovo percorso fino al divano, cercando di non barcollare sopra i tuoi piedi nel vuoto di quel tragitto, che però speditamente percorri, e fieramente, per non cadere. E per non cadere ti appoggi prima su un lato, dopo su un altro, con eleganza e superiorità.



Conforto, pausa, il divano è il punto fermo che si trova nel centro della tua stanza, da dove illudersi, una volta a gambe sollevate, di allontanare il nulla che si allarga sul pavimento. Ma tanto resta lì, a minacciarti per la prossima volta.



In questa cervellotica rotazione su noi stessi, che perennemente come ci insegue, senza farci fare troppo cammino, anzi proprio non ci concede più dei passi che abbiamo già fatto, avanti e indietro, dentro una scia di finito che sempre più ci costringe, circolare è il movimento più ampio possibile, ma è soltanto prossimo alle pareti, a farci perdere ogni equilibrio, a farci scivolare nuovamente nel centro, sopra i cuscini, in quel vuoto che abbiamo creduto di volere (e potere) evitare. Esattamente come fa l’ombra, che, sebbene cambi nella prospettiva della luce la sua più o meno lunga proiezione della forma, in alcun modo ti consentirà di sottrarti ad essa, se anche ti agiti repentinamente di qua e di là per poterla gabbare.



Ibsen ci immagina più o meno in questo modo assoggettati. E a guardarla oggi quella borghesia, si trova esattamente proprio seduta su quel divano, esausta, irridente, proprio nel mentre tu cerchi di sottrarti con inutili rotazioni pseudo-esistenziali. La borghesia è quella palude in cui ti sei cacciato soltanto per esserti avvicinato troppo. Perciò adesso è inutile divincolare.



In quella stessa palude, ancorata al divano, Hedda Gabler. Questo personaggio così moderno ed intenso ci costringe a guardare nel fondo, in questo nostro condiviso sociale, seppure da una superficie drastica fatta di vetro, dove la pioggia scroscia impetuosa come fosse di pianto. Ossessionata e insoddisfatta, com’è la donna di oggi, allo stesso modo vorrebbe essere reazionaria, e così contrapporsi al maschilismo ancora persistente, a quel destino infelice che la costringe a uno spazio esistenziale stretto e cieco, ma a cui forse ci si può ribellare solo con spietatezza e cinismo.



La sua emancipazione si traduce in cattiveria, una subdola cattiveria che spinge gli uomini che la circondano su quello stesso orlo di abisso, circolare, su cui quegli stessi l’hanno sempre confinata, spingendo le altre donne ad essere altrettante vittime com’è lei.



Non ce la fa a superare quel cliché insopportabile, il valore inutile che le danno gli oggetti che le è concesso di possedere, e così si abbandona alle dinamiche abusanti di amori falsi e falsificanti, diventando sempre più falsa e falsificante. Sposa un uomo che non ama. Ama un uomo che non vuole più come amante.



Per quanto si muova insofferente in quella stanza obbligata, non riesce ad uscirne. Solo con la morte. Gli altri non si accorgono, rinchiusi anch’essi. E se la competizione diventa sfrenata, a chi sopravvive meglio o soltanto di più, lei rinuncia. Appende il suo corpo a una di quelle pareti non vista.



Questa regia è davvero molto intelligente, eccellente e raffinatissimo Ostermeier, perché, al di là del buon uso di un testo già fin troppo esaustivo, descrive l’odio e l’egoismo come motori ultimi del nostro tempo, per come muovono in silenzio e con lentezza le dinamiche sociali e relazionali più violente. E questo obiettivo è subito raggiunto con un espediente scenico: far ruotare “la stanza” in tutte le prospettive possibili, contrapponendo i movimenti dei personaggi a quella rotazione forzata del divano, con annesse pareti, sul palcoscenico, meccanicamente. Movimenti ostinati e contrari solo girando e rigirando quella scatola che è il teatro in ogni direzione, svelando con quello specchio fermo messo di sbieco su tutto, che a guardare dall’alto, e dal di fuori, si vedono molte più cose che invece immersi emotivamente nel dentro, da dove, appunto immersi, forse non avremmo potuto capire.



Ed è questa l’occasione nuova che offre allo spettatore: dirigere egli stesso la scena, a seconda della prospettiva che sceglie e dell’indagine esistenziale che preferisce. Bravissimi gli interpreti: Annedore Bauer, Lars Eidinger, Jörg Hartmann, Kay Bartholomäus Schulze, Lore Stefanek. In particolare Katharina Schüttler, esattamente nel ruolo della protagonista.



Inserito nel cartellone del RomaEuropa Festival, questo spettacolo dal valore internazionale fa la differenza del teatro contemporaneo a Roma


07 novembre 2013
Articolo di
nostoi
Rubrica:
Teatro


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Approfondimenti


SCHAUBUHNE BERLIN (sito compagnia)



Thomas Ostermeier



Katharina Schuttler (Hedda Gabler)



SITO ROMAEUROPA FESTIVAL



locandina RomaEuropa Festival 2013



VIDEO SPETTACOLO 1



VIDEO SPETTACOLO 2



come nei quadri di Hopper, il nulla essenziale


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