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Le nuove luci dell'Albe

Le nuove luci dell'Albe
di Alessandra Bernocco

Possiamo perdonare un bambino
che ha paura del buio.
La vera tragedia della vita è quando gli uomini hanno paura della luce.

Platone, La Repubblica
(17 settembre 2016) LUS, di Nevio Spadoni, con Ermanna Montanari, Daniele Roccato (contrabbasso) Luigi Ceccarelli (live electronics), regia Marco Martinelli, Produzione Emilia Romagna Teatro e Teatro delle Albe.

Un suono che va a crescere e a prendere corpo. Sempre più veloce, ripetitivo, anche estenuante. Come se dovesse arrivare qualcosa che si fa attendere a lungo e che potrebbe anche non palesarsi. Sembra racconti di rabbia e sentimenti cattivi, compressi, che si scatenano forte e poi vanno a scemare.

Il contrabbasso di Daniele Roccato e il live electronics di Luigi Ceccarelli annunciano per primi la potenza della figura femminile che di lì a poco vedremo sulla scena. Prima immobile, anch'essa in ascolto, con al braccio il cavo del microfono, lungo filo che dipana una storia fatta di involuzioni collettive e ribellioni individuali, poi avviando con i due musicisti un dialogo fitto, intimo, spigoloso e pieno di durezze.


Ermanna Montanari dà vita per la seconda volta a Lus (Luce), un poemetto in versi in dialetto ravennate scritto per lei da Nevio Spadoni nel 1995 e già allora messo in scena per la regia di Marco Martinelli, in una versione più intima e sommessa, che qui si dilata in un magnifico concerto-spettacolo, dove l'attrice 'suona' la sua voce come un primordiale strumento da addomesticare man mano, distillando suoni ora grevi, scorticati, da animale braccato che insorge contro i suoi carcerieri e li maledice, ora metallici, sorta di prodotto di una mente robotica che la attraversa e ne orienta le mosse.



Una Pizia, forse, che tra i ciechi viene trafitta da una lama di luce e alla luce si lega come la sola salvezza possibile. La cerca e la invoca la Lus questa donna che di nome fa Belda e di mestiere la guaritrice (infelice) dei mali altrui. La invoca per sé e per la comunità tutta che la deride e la teme, di cui si fa carico come un capro espiatorio.



Quasi irreale, sempre inquietante, Ermanna si muove con spostamenti minimi evocando gesti enormi, scolpiti, per raccontare la dannazione di una donna vittima dell'ipocrisia del paese, la sua rivolta empia eppure umanissima contro un 'pretaccio' colpevole di averle disseppellito la madre perché considerata puttana.



Per questo la sua ribellione non è solo sanguigna ma etica, profondamente radicata in un sistema di dis-valori da infrangere a qualsiasi costo, anche tramando contro il 'colpevole' un maleficio di morte, di cui quella falce teneramente cullata come un infante, diventa simbolo propiziatorio di morte e rinascita.



Sul fondale uno schermo dove si susseguono gli acquerelli di Margherita Manzelli, immagini di volti appena abbozzati, occhi, pupille, sangue che cola tracciando linee verticali e simmetriche.



Ma è la voce con il suo frastagliato spettro di suoni il senso e il corpo di questo lavoro ed è in operazioni di questo tipo che Ermanna Montanari dà il meglio di sé.



Lo spettacolo è stato presentato il 7 settembre scorso a Roma a Palazzo Venezia all'interno del programma de Il giardino ritrovato e il giorno successivo per Short Theatre negli spazi della Pelanda.


17 settembre 2016
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