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GAMBE | RABBIA

Oltre i cento passi

Oltre i cento passi

Agli uomini senza onore che muoiono ogni giorno...
Da chi è morto una volta sola


Molti danno la colpa al sole di Sicilia per quelle lacrime improvvise e guardano verso l'alto.
Altri, col mento nascosto nel collo, le lasciano scivolare sulla maglietta bianca.
Pochi le trattengono, le lacrime


Il Silenzio, suonato dall'alto del palchetto davanti all'albero di Giovanni Falcone suona una nota di dolore per ognuno dei presenti. Sono centinaia.
Quanto pesa questo minuto. Quanto dura.

Un dolore intimo che quello accanto avverte nello stesso identico modo.

Ed è strano, perché qualcuno serra i pugni e allora ti ricordi che rabbia è il secondo nome di memoria
Di questa memoria che si muove sulle gambe di molti, come aveva sperato lui, Giovanni Falcone, che a questo passaggio di idee da uomo ad uomo ci aveva creduto.

Siamo qui, a prendere sulle spalle quelle idee e a farle camminare

Sulle nostre gambe.
Capaci, provincia di Palermo. Il 23 maggio 1992, alle 17 e 58 morivano in un attentato il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta, Vito Schifano, Antonio Montinari e Rocco Dicillo.

L'oblio più della morte diventa oltraggio. Sotto un identico sole, è il 23 maggio 2010 e siamo qui a gridare che non li abbiamo dimenticati. E' l'aria che si respira sul ponte 5 della Snav Sardegna che attende nel porto di Napoli i suoi 1000 ragazzi in partenza per Palermo. La nave ha una specifica importante: è quella della Legalità e questo viaggio, che ormai è giunto alla sua 5° edizione, è il viaggio di chi non dimentica. Di chi non crede sia finito tutto, di chi si indegna per le ingiustizie, per i bavagli, per quelli che ogni giorno provano a rendere vane e vere queste morti.

La Nave della Legalità quest'anno fa il bis: la più grande mobilitazione nazionale contro la mafia raccoglie più di 2500 studenti da tutte le regioni d'Italia. Dal porto di Civitavecchia salpa anche la Snav Toscana. L'incontro delle due grandi navi che entrano nel porto di Palermo alle 8 del 23 maggio, è salutato da un turbinio di colori. Le accoglie l'Inno d'Italia e la voce della professoressa Maria Falcone, commossa ma salda. Mentre il cielo stende il suo azzurro più lucente e punta il sole con uno spillo, parte l'attacco di una ben nota ballata. Il simbolo di chi sa di dover morire, di chi muore perché fortemente ha vissuto.

Sai contare? E camminare? E contare e camminare insieme?
I cento passi che ci separano dal molo sembrano eterni. Li abbiamo percorsi.

5 piazze, divise per colore. Borgo Nuovo, Magione, Brancaccio, Zen e l'Aula Bunker, a pochi metri dal porto, voluta da Falcone per il primo grande maxiprocesso della storia italiana.
La retorica istituzionale delle commemorazioni è solo una goccia nello sciabordio costante di questa folla festosa ma composta.
La gente dei quartieri ci mette la faccia. E' qui la Palermo che lotta. Sono palermitani e ne sono fieri, perché questa terra di sangue è soprattutto una terra di uomini e donne coraggiosi. Di quel coraggio si muore. Ma è di quello stesso coraggio che si vive.
La Sicilia che lotta accoglie l'Italia con le lacrime agli occhi e le lenzuola bianche o il tricolore alle finestre. Un'anziana signora piange alla finestra con dolore immutato.
Questi lutti non si elaborano. Il rifiuto di queste morti è obbligatorio.

19 Luglio 1992. Una carica di esplosivo toglie la vita a Paolo Borsellino e alla sua scorta: Loro sono Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

Oggi via D'Amelio diventa un fiume latteo di magliette tutte uguali. Uguale il ritmo, la voce e il battito. Fuori dalle facili e barocche descrizioni delle folle, qui lo senti forte sulle costole il cuore che batte. Nessuno resta se stesso quando è in mezzo a questa folla. O forse è più vicino a se stesso che mai.
I ragazzi di Addiopizzo ricordano i nomi delle vittime. Al muro, il manifesto sdrucito che ricorda Libero Grassi. Non c'è ancora una targa commemorativa. Lo stato spesso si muove con lentezza per le cose di mafia.

E' però qui che il climax raggiunge la sua vetta: l'albero Falcone. Malgrado i pochissimi metri di terra della piccola aiuola dell'androne del palazzo in cui nasce, svetta alto e robusto verso il cielo. Testardamente.
Puntati ovunque, messaggi e foto. Un girasole. C'è chi lo tocca, in un momento privato e segretissimo. In questo mare di gente si trova il modo per restare soli un attimo.
Ore 17 e 58. La tensione è un nastro di seta. La scioglie il Silenzio che oggi ha due mani. Una percorre i tasti della tromba. L'altra, silenzio vero, serra le labbra di centinaia di ragazzi.
Quando la musica termina è incessante l'applauso che sale dalla strada. Un lungo saluto corale, una promessa sancita ancora, giurata e suggellata sul sale di queste lacrime. Salate come il mare di Sicilia.

Qui, dove la rabbia diventa memoria, il futuro cammina sulle gambe di molti e va verso il mare, per tornare a casa. L'Italia che spera lascia la Sicilia. Con la convinzione che molti uomini sopravvivono soltanto, pochi, pochissimi vivono intensamente.
Questi uomini non passano. Questi uomini sono ancora qui


di Veronica Turiello



Fondazione Giovanni e Francesca Falcone





Pubblicato il 28 maggio 2010 da Violet. - Spalla




Commenti
2 Commenti
Pubblicato il 30 maggio 2010 alle 16:44:30 da astronik.  0/5
 
Come una freccia, dritta al cuore.....
Veronica tu scrivi con sentimento......
Pubblicato il 31 maggio 2010 alle 13:16:29 da Violet.  0/5
 
Scritto col cuore. Forse arriva perché è lì che punta.Grazie per averlo letto con le difese abbassate.E' la variante essenziale di chi legge.Grazie Astro

 
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