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Somalia, la violenza dilaga

Somalia, la violenza dilaga

(23 aprile 2009) LA SOMALIA, TRA PIRATI E CORTE ISLAMICHE


È passato molto tempo dall’ultima volta che i media internazionali si sono interessati alla politica interna di questo paese. Eppure la Somalia è considerato al momento il paese più pericoloso al mondo, basterebbe una carestia per provocare una immane catastrofe umanitaria. Il governo in carica non riesce a controllare il territorio, terroristi islamici imperversano indisturbati per tutto il paese e le ultime organizzazioni umanitarie ancora presenti smontano i campi per l’elevato rischio di violenze verso i propri operatori.

Unica eccezione al silenzio della stampa internazionale è l’Economist che di recente ha pubblicato le statistiche delle Nazioni Unite relative alla Somalia. Sono dieci milioni gli abitanti sul territorio (esattamente il doppio per estensione rispetto all’Italia) e sette i milioni di somali sparsi per il mondo, di cui 6 milioni nei paesi limitrofi (Etiopia, Kenya, Gibuti e Yemen) e il restante milione sparsi per il globo e principalmente in Gran Bretagna, Stati Uniti, Emirati Arabi e Italia. Sempre le Nazioni Unite hanno osservato che in Somalia c'era (le stime fanno riferimento al novembre 2007), rispetto al Darfur, "un tasso di malnutrizione più alto, un maggior numero di uccisioni e meno volontari delle organizzazioni umanitarie". La sopravvivenza di circa la metà degli otto milioni di somali dipende dagli aiuti umanitari, ma la libertà di movimento degli operatori rimane limitata, complicata ulteriormente dai numerosi tentativi di sequestro. Solo un mese fa l’ultimo rapimento di quattro operatori del Pam (Programma alimentare mondiale), fortunatamente rilasciati in giornata dopo una rapida trattativa degli Shebab (estremisti islamici somali). Secondo il coordinatore delle operazioni umanitarie dell’Onu nel paese, Eric Laroche: “se tutto questo succedesse in Darfur, si farebbe un gran chiasso”. Quello della Somalia è uno dei tanti esempi del fallimento della politica estera internazionale, e di quella americana in particolare. Furono i sovietici per primi a riempire il paese di armi durante la dittaturadi Siad Barre (governò dal 1969 al 1991). Dopo la cacciata di Barre e il crollo del comunismo, i signori della guerra che avevano il controllo del territorio, cominciarono a farsi la guerra, segnando l’inizio del caos nel paese. Gli Stati Uniti erano ormai visti come l’unica superpotenza che poteva mantenere il nuovo ordine mondiale, la Somalia per Bush Senior fu il primo tentativo di non deludere le aspettative. Fu però un pessimo inizio, i consiglieri dell’amministrazione Bush non seppero leggere la situazione politica, il risultato fu la sconfitta americana dell’ottobre 1993. Il risultato è oggi che la Somalia è un paese allo sbando, oltretutto anche i più ottimisti non ne vedono una via d’uscita. I numerosi governi che si sono succeduti negli ultimi venti anni non sono mai riusciti ad ottenere il controllo del territorio, lasciato sempre più nelle mani delle corte islamiche che impongono una sharia sempre più dura e irrispettosa dei diritti umani. A completare il quadro di desolazione ci si sono messi i pirati, fantasmi di un passato che ritorna. La Somalia diventa così il paese più violento del mondo, estendendo questa reputazione anche sulle acque dell’oceano indiano e del Mar rosso che la circondano. Non sorprende vedere gli americani che si preparano a tornare nella regione, con intenti di certo non pacifici e con il sempre chiaro obbiettivo di difendere i propri interessi. La Somalia è diventato negli anni una bomba pronta ad esplodere, limitandosi ad affrontare solo il problema ai pirati, si rischia di non prevedere la prossima urgenza, e tra guerre, terrorismo e tragedie umanitarie fossi un somalo non saprei proprio quale scegliere.


di Alessandro Omodeo

23 aprile 2009
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