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Successo annunciato prima ancora che cominciassero a circolare le prime immagini, l’ultima fatica di James Cameron sta sbaragliando avversari vecchi e nuovi al botteghino e battendo al tempo stesso parecchi record legati all’industria del cinema.

Quattordici anni di gestazione, tre ore di durata, due terzi del film interamente in digitale, metodi rivoluzionari di “performance capture” e nuove tecnologie appositamente sviluppate per la ripresa in 3D sono i “numeri” di questo pionieristico kolossal costato ben 400 milioni di dollari.


Così, inforcati gli occhialini a lenti polarizzate ci si immerge nel tripudio di forme e colori del pianeta Pandora, gustando la grande sensazione di profondità, le movenze in tutto e per tutto naturali dei personaggi virtuali, la straordinaria fantasia nel presentarci il mondo animale e gli splendidi, vertiginosi, panorami alieni, così maestosamente vicini, e anzi forse direttamente ispirati, alle opere di Roger Dean, tante volte illustratore per il gruppo britannico degli “Yes”.

Ciononostante, alla fine delle tre ore di proiezione, trascorse è vero senza annoiarsi, non si può fare a meno di notare che la trama così come la sceneggiatura risultano, a voler essere generosi, troppo semplici e prevedibili. Paurosamente simili a pellicole come “Pocahontas” o “Balla coi lupi”. Con dei personaggi, poi, che appaiono tutti stereotipati ed appiattiti, alcuni di essi addirittura ridicoli nell’esasperazione della propria caratterizzazione.

Gli unici due spunti che avrebbero potuto fare la differenza sono relegati ai margini della narrazione.

Il primo, l’evoluzione (quasi del tutto assente) del rapporto tra la realtà e la percezione che di essa ha il protagonista, ex marine paraplegico riportato alla vita
dal collegamento neuronale col proprio avatar, vissuto prima come un sogno e trasfigurato, poi, in una nuova realtà, con la vita reale che invece assume il contorno sfumato di un incubo da cui sfuggire ad ogni occasione.

Il secondo, l’idea (poco più che accennata) di un mondo esplicitamente interconnesso, in cui l’appartenenza del singolo al tutto non è solo un’idea o una forma di religione, ma è realtà biologica, realizzata attraverso il collegamento di capillari nervosi di cui tutte le forme di vita animali o vegetali sono dotati.

Filtrata la componente spettacolare e tecnologica, quindi, quello che resta di questo Avatar è ben poco. Perché emerge con forza come ogni idea nel film sia funzionale solo allo spettacolo e la trama sia stata voluta come un semplice mezzo di trasporto per attraversare un’esperienza sensoriale. La tragica vittoria del contenitore sul contenuto, quand’anche si tratti di un contenitore di altissimo livello.

Ma non è questo che disturba di più, perché nessuno pretende da un blockbuster troppa profondità e raffinata psicologia. Quello che amareggia è piuttosto la poca importanza, per di più quando si lavora ad un progetto di queste proporzioni cui certamente non mancano i mezzi, che si finisce per dare alla storia, che per quanto semplice, dovrebbe comunque essere originale e presentare un intreccio non del tutto banale. Evidentemente ad Hollywood scrittori e sceneggiatori sono più rari e cari degli effetti speciali.

di Carmelo Primiceri





Pubblicato il 19 gennaio 2010 da carmelo. - CondizioniTeatrali




 
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